Il P.E.N. Club Italiano
e
il progetto “Cafè d’Europe/The Story of Europe”
9 maggio 2006
Il Caffè Greco
Il P.E.N. Club Italiano raccoglie l'invito del Centro P.E.N. austriaco ed oraganizza, a Roma, la celebrazione del più noto Caffé Letterario della Capitale. L'incontro è avvenuto sotto la conduzione del Presidente Lucio Lami.
Inconto al Caffè Greco di Roma
A Roma, nella cornice di damasco cremisi del Caffè Greco carico di anni e di arte, Maria Luisa Spaziani, Edith Bruck, Iolanda Insana, Luciano de Crescenzo, Luciana Vasile,(scrittrice) con il suo gruppo di amici,prof. Aldo Conidi, Emerico Giachery, e Noemi Paolini (critici letterali) professor. Caronia, Avv. Federica Mosca, Cristina Verdicchi, Dott. Leonilde, Antonio Maria Masia (poeta) con il suo gruppo di amici dell’Anpecomit, Neria De Giovanni da Alghero, (critico letterario) con il suo gruppo di amici di Salpare , Elena Ribet, (poeta) Luca Benassi (poeta) Fortuna Della Porta (poeta), Donatella Tesi da Firenze (scrittrice), Paola Lucarini da Firenze (poeta) e tantissimi altri si sono dati appuntamento il 9 maggio scorso, in occasione della giornata della celebrazione dei Caffè letterari in tutte le capitali europee, per ascoltare un interessante e documentato discorso sugli antichi storici caffè letterari della capitale.
L’argomento riguardava la consuetudine che artisti di diversa estrazione hanno sempre seguito in tutta l’Europa di incontrarsi in un luogo prestabilito, di solito appunto un caffè, a cominciare dal settecento, tanto che in questa tradizione si può ascrivere anche Goldoni.
L’iniziativa è partita dal P.E.N. club, l’associazione internazionale che raccoglie gli scrittori, nella sua sezione austriaca ed è stata recepita da quella italiana, nella persona del presidente nazionale Lucio Lami che ha introdotto l’evento ringraziando gli intervenuti e presentando il conferenziere relatore Giovanni Russo.
Il relatore ha tracciato un profilo storico del famoso salotto romano quasi bicentenario e delle nobili menti che lo frequentavano, per approdare ai suoi ricordi personali, quando, nel secondo dopoguerra, la città divenne crocevia di culture e incontri, di cui Fellini ha dato qualche stralcio nella Dolce vita.
Idee, sceneggiature, articoli di giornali, dibattiti nascevano ai tavolini di alcuni bar, Canova a piazza del popolo o Greco in via Condotti, l’Aragno e il Rosati, nelle lunghe notti tirate fino all’alba, esercitandosi pure in scherzi linguistici e veri e propri calembour.
All’epoca anche l’intellettuale più squattrinato abitava in centro e nessuno da Moravia, a Pasolini, a De Pisis, a Betocchi, a Gadda, a Palazzeschi, a Piero Chiara, a Manganelli, a Flaiano, e si potrebbe continuare a lungo, si è sottratto al rituale degli appuntamenti, che purtroppo all’improvviso si sono conclusi, consegnando le sale e i tavoli ai turisti e interrompendo una tradizione di confronto concettuale che ha germogliato un’elaborazione sempre feconda.
Negli ultimi trent’anni, dunque, non è rimasto nessuno a frequentarli e librerie, bar, festival di letterature e fiere cercano inutilmente di rianimarli o di riproporre le antiche suggestioni, senza riuscirci.Ai tavolini del Rosati nacque il foglio umoristico-polemico il Caffè, che ospitò tanta parte della cultura italiana, fino al Gruppo 63, con Pagliarani, Balestrini, Sanguineti.
Per sottolinearne l’importanza Lina Wertmuller, intervenuta in altra sede sulla questione, ha detto che sarebbe opportuno l’intervento dell’amministrazione comunale al fine di creare una fondazione a salvaguardia dei numerosi caffè letterari di Roma.
Prima del congedo, il direttore artistico del Caffè Greco, Vittorio Maria De Bonis, augurandosi altre occasioni d’incontro, ha illustrato le numerose opere d’arte, quadri in particolare, alcuni di acquisizione recente, che arricchiscono la collezione dello storico caffè.
A conclusione il Presidente Lami e il socio di Roma Antonio Maria Masia hanno auspicato che la sezione romana del Pen Club, fin qui silente e poco attiva, a partire da questo importante appuntamento, concluso con un brindisi augurale, si rafforzi e sia promotrice di incontri e dibattiti. |

La Roma dei Caffè Letterari
Intervento di
Giovanni Russo
Parlare dei caffè letterari a Roma nell’antico caffè Greco è anche ricollegarsi alla idea dell’Europa e della sua grande tradizione culturale dei secoli scorsi. Nel 2.000, essa può rinascere grazie alla Comunità europea, che stabilisce un rapporto unitario tra i Paesi e gli Stati del continente. L’Unione europea viene considerata soprattutto dal punto di vista economico e sociale o della unificazione di leggi che riguardano questi campi, ma non è ancora una unione politica: il tentativo di adottare una Costituzione, infatti, si è arenato dopo il voto negativo al referendum su di essa dei francesi e degli olandesi.
Il progetto “Cafè d’Europe/The Story of Europe” nella storia dell’Europa è un importante contributo all’idea dell’Europa, perché aiuta a costruire quei legami culturali che tutti gli europei hanno in comune e che hanno continuato dall’800 ad oggi a materializzarsi proprio nei caffè letterari. E’ nei caffé letterari che hanno avuto modo di incontrarsi, di scambiarsi idee, di creare rapporti di collaborazione, di avere ispirazione scrittori, poeti, artisti, studiosi, attori provenienti da varie nazioni che volevano capire i costumi e le tradizioni di altri popoli europei, studiarne sul luogo la storia o avere motivi per la loro ispirazione letteraria o poetica.
George Steiner, studioso di fama internazionale, ha scritto in un libro pubblicato dal Nexus Institute di Amsterdam, definito da Mario Vargas Llosa “ingegnoso e provocatorio”, che “L’Europa è i suoi caffè, quelli che i francesi chiamano cafés. Dal locale di Lisbona amato da Fernando Pessoa ai cafès di Odessa frequentati dai gangster di Isaac Babel. Dai caffè di Copenhagen, quelli di fronte ai quali passava Kirkegaard nel suo meditabondo girovagare fino a quelli di Palermo. Non si trovano caffè atipici a Mosca, che è già la periferia dell’Asia. Ce ne sono pochissimi in Inghilterra, dopo una fugace moda nel Diciottesimo secolo. Non ce ne sono nell’America del Nord, con l’eccezione dell’avamposto francese di New Orleans. Basta disegnare una mappa dei caffè, ed ecco gli indicatori essenziali dell’ ‘idea Europa’”.
Sotto questo aspetto l’antico caffè Greco di Roma è proprio l’esempio italiano della tesi di Steiner e cioè del rapporto vivo tra la cultura europea e alcuni dei suoi più celebri rappresentanti che lo hanno frequentato e continuano ancora a farlo. Ma in verità tutti i caffè romani, che si possono definire letterari, sono stati e sono le sedi di incontri tra scrittori ed artisti italiani e stranieri. In un certo periodo della seconda metà del Novecento, hanno avuto quasi lo stesso ruolo di redazioni di giornali o delle case di produzione cinematografiche. Soprattutto, sono stati i centri dove si è svolta e si è manifestata per alcuni anni quella “società della conversazione” che caratterizzava il secolo d’oro francese del Settecento e che in qualche modo è proseguita fino alla metà degli anni Sessanta in Italia, a Roma. Per anni, dal Cinquanta in poi, per esempio si andava da Rosati o da Canova in piazza del Popolo dove letterati e artisti si incontravano per parlare anche di lavoro: quante idee di libri, di sceneggiature di film, quante discussioni che finivano allora sui giornali sulle tendenze artistiche e letterarie sono nate qui.
Il Caffè Greco di via Condotti dove si affollano oggi i protagonisti del turismo di massa è stato fino alla seconda metà del Novecento il punto di ritrovo dei poeti, scrittori e artisti italiani. Ogni mattina andava a bere il cappuccino Giorgio De Chirico, il quale soleva dire che “il Caffè Greco è l’unico posto dove ci si può sedere e aspettare la fine del mondo”. C’è una celebre fotografia degli anni Quaranta dove si vedono seduti quasi in posa ai tavolini, Goffredo Petrassi, Mirko, Pericle Fazzini, Mario Soldati Mafai, Carlo Levi, Afro, Renzo Vespignani, Vitaliano Brancati, Sandro Penna, Lea Padovani, Orson Welles, Orfeo Tamburi, Ennio Flaiano, Libero De Libero, Aldo Palazzeschi. “C’eravamo un po’ tutti – ricorda il pittore Renato Guttuso – e ci andava anche Moravia”.
Il Caffè Greco è uno dei più antichi d’Europa insieme al Procope di Parigi e al caffè Florian di Venezia. Il suo aspetto non era molto differente da quello odierno, come si può vedere da un acquerello del 1852 del pittore Passini conservato ad Amburgo. Ha mantenuto le stesse caratteristiche nell’arredo e nei tavolini ricoperti da marmi antichi, nelle salette piene di opere d’arte, foto e oggetti che testimoniano della sua storia. Re, regine, marajà, scrittori, poeti, compositori, attori, cantanti, persino capi pellerossa e cowboy come il celebre Buffalo Bill ne sono stati assidui frequentatori.
Fondato nel 1760 da Nicola della Maddalena, forse un levantino, donde il nome del locale riferito alla sua nazionalità greca, probabilmente esisteva già da alcuni anni. Giacomo Casanova ricorda nelle sue memorie che nel 1743, quando era a servizio del cardinale Troiano Acquaviva (e anche della sua bella nipote), entrò con alcuni amici romani nel “Caffè di strada Condotta”. Ma il primo documento ufficiale risale al 1760: si tratta di una nota del censimento di quell’anno contenuta nel “Libro dello stato delle anime” della Parrocchia di San Lorenzo in Lucina (conservato nell’Archivio del Vicariato) in cui risulta il nome di “Nicola di Maddalena, greco”. La notorietà del Caffè Greco ebbe inizio nel 1779 quando cominciò ad essere frequentato da Johann Wilhelm Tischbein, Karl Philipp Moritz in compagnia del loro grande amico Wolfgang von Goethe - il quale abitava a poca distanza al numero 20 di via del Corso. Ben presto divenne luogo preferito d’incontri di artisti germanici, tanto che lo scrittore Johann Jakob Wilhelm Heinse ne propose la denominazione di “Caffè Tedesco”. Il suo successo si consolidò nel 1806 quando, a causa del blocco continentale imposto da Napoleone per combattere gli inglesi, il prezzo del caffè salì vertiginosamente. Tutti i caffettieri di Roma, volendo mantenere fermo il prezzo di ogni tazza, si arrangiarono con i ceci, la soia o le castagne. Il proprietario del Caffè Greco, al contrario, utilizzò sempre vero caffè, ma lo servì in tazze molto più piccole (le stesse di oggi: tazzine cerchiate di arancio servite da camerieri ancora come un tempo in frac), e raddoppiò il prezzo.
Il XIX secolo fu l’epoca d’oro del celebre locale e alle pareti sono esposte le numerose opere di artisti italiani e stranieri che lo frequentarono, tra cui quelle di Antonio Mancini, Ippolito Caffi, Franz Ludwig Catel, Enrico Coleman, Massimo D’Azeglio, Angelica Kaufmann. In fondo al locale c’è quasi “inaspettata” sia per grandezza che per bellezza la sala rossa con pareti damascate, la statua di un fauno e sotto la finestra il divano dove si sedeva Hans Christian Andersen. Ora vi si riuniscono varie associazioni culturali tra cui il gruppo dei “Romanisti”, studiosi della storia di Roma e poeti in dialetto romanesco, che l’anno scorso ha incontrato il capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi il quale si è compiaciuto per l’attività che svolgono da oltre cinquant’anni.
L’elenco degli avventori famosi è quasi interminabile. Del Caffè Greco furono ospiti regnanti e principi della Chiesa quali Luigi I di Baviera e Gioacchino Pecci, il futuro papa Luigi XIII. Tra gli scrittori stranieri: Nicolaj Gogol che a quanto si racconta vi scrisse una parte delle “Anime morte”; René de Chateaubriand, Adam Mikewicz e Stendhal, che vi si recava spesso. Lo storico Ippolyte Taine, Arthur Schopenhauer, Mark Twain, George Byron, Percy B. Shelley, che abitava poco distante, e il giovane poeta inglese Keats, che aveva preso casa al numero 26 di piazza di Spagna dove morì . Fra gli italiani: Carlo Goldoni, Giacomo Leopardi, Gabriele D’Annunzio. Pittori e scultori quali: Jean Baptiste Corot, Friederich Overbeck, Antonio Canova, Orazio e Carlo Vernet, Jean A. Ingres, Berthel Thorvaldsen, Anselm Feuerbach, Henry Regnault; numerosi musicisti, tra cui Franz Liszt, Hector Berlioz, George Bizet, Gioacchino Rossini, Jacob Mendelssohn, Giovanni Sgambati, Arturo Sgambati, Arturo Toscanini, Charles Gounod, Richard Wagner. Gli scrittori e artisti stranieri apprezzarono in modo particolare una speciale scatola in legno posta all’entrata che permetteva di ricevere la corrispondenza. Per il suo carattere storico, il Caffè Greco, che continua ad essere frequentato da artisti e letterati da ogni parte del mondo, è stato sottoposto a vincolo nel 1953 dal ministero della Pubblica Istruzione che lo ha dichiarato monumento di interesse storico.
Un altro caffè che ha avuto una notorietà europea perché accoglieva intellettuali ed artisti stranieri attratti dalle bellezze della Città eterna è il Caffè Notegen, aperto nel 1880 in via del Babuino 159, dallo svizzero Jon Notegen che gli ha dato il nome e che impiantò nei locali sottostanti anche una fabrichetta di marmellata. Il periodo di maggior fama è negli anni Trenta, quando diventò ritrovo di personalità artistiche italiane e straniere che continuarono a frequentarlo anche nel secondo dopoguerra fino agli anni Ottanta. Ne furono clienti: Mario Mafai, Cesare Zavattini, Ennio Flaiano, Mino Maccari, Carlo Levi, Renato Guttuso, Schifano, Novella Parigini, Ugo Attardi. Negli ultimi anni del Novecento e fino ad oggi, dopo un periodo di eclisse, per merito di Reto e Teresa Notegen, il caffè promuove presentazioni di libri, mostre di artisti, dibattiti su scrittori contemporanei e letture di poesia.
Durante la prima metà del Novecento fino alla fine della seconda guerra mondiale, il caffè più in voga tra letterati e artisti è stato il caffè Aragno in via del Corso, oggi trasformato in una rosticceria. Come ricorda Arnaldo Frateili che lo frequentò, e che ha scritto un libro pubblicato da Bompiani intitolato “Dall’Aragno a Rosati”, nella celebre terza saletta si riunivano scrittori e poeti come Bruno Barilli, Giuseppe Ungaretti, Vincenzo Cardarelli, Arturo Onofri, Rosso di Sansecondo, Umberto Fracchia. Da un loro cenacolo, sul quale posavano uno sguardo benevolo alcune divinità maggiori o minori della nuova critica sensibile al verbo crociano (Emilio Cecchi, Alfredo Gargiulo, Goffredo Belonci, ecc.) nacque la rivista Lirica che, anche in una città sorda e distratta come Roma, contò qualche cosa se non altro come antesignana della Ronda. Questi giovani, che coltivavano la prosa d’arte oltre alla poesia libera dai vecchi schemi, inauguravano il gusto del “frammento” ed erano lanciati alla scoperta delle letterature straniere. Così la letteratura romana si sprovincializzava, tra le prime clamorose esplosioni delle bombe futuriste.
All’Aragno nei primi anni Quaranta c’erano giornalisti che facevano la fronda al fascismo in maniera più o meno aperta, come Mario Pannunzio, che doveva diventare direttore prima del quotidiano “Risorgimento liberale” poi del prestigioso settimanale “Il mondo”, con Sandro De Feo, Ercole Patti e Mario Missiroli, celebre direttore prima del “Messaggero” e poi del “Corriere della Sera”. Da lì, alla caduta del fascismo il 25 luglio del ‘43, Mario Pannunzio, insieme con altri giornalisti, si mosse per occupare la redazione del “Messaggero” e far pubblicare in prima pagina la notizia della cattura di Mussolini e della fine del regime. Tante volte nella terza saletta c’erano stati battibecchi tra qualche gerarca fascista e gli allora giovani giornalisti e scrittori che parlavano male del regime. Da Aragno, negli anni del secondo dopoguerra, prima che lo storico caffè fosse ceduto ad Alemagna, il produttore dei panettoni milanesi, si poteva incontrare ancora Bruno Barilli che, consumando un cappuccino, scriveva su un quaderno alcuni dei suoi versi o delle sue raffinate pagine sulla vecchia Roma.
Questi personaggi erano anche tra i frequentatori della sala da tè Babington a Piazza di Spagna, che fu fondata nel 1893 da Isabel Cargill e Anna Maria Babington. Queste due signorine inglesi di buona famiglia erano venute a Roma con l’intento di aprire una sala da tè e di lettura per la comunità anglosassone, quando ancora il tè poteva essere acquistato solo in farmacia. Inizialmente, la sala vene aperta in via Due Macelli, ma visto il grande successo l’anno seguente fu trasferita in piazza di Spagna nel prestigioso palazzo adiacente alla scalinata di Trinità dei Monti. Da allora, la sala da tè è rimasta pressoché invariata e continua a essere testimone discreta di eventi storici e culturali. Sopravvissuta a due guerre mondiali, e all’avvento del fast food, Babington ha ospitato famiglie reali, politici, giornalisti e personaggi della cultura e dello spettacolo. Ancora oggi, quando si apre la porticina a vetri con sopra disegnato un gatto nero con il collare rosso e il campanello fa ding, ci si sente trasportati magicamente nel sud Kensington del XIX secolo.
E’ stata meta, prima dell’ultima guerra, di nobili inglesi e di artisti di ogni nazionalità che si sono mescolati poi nel secondo dopoguerra con molti letterati come Elsa Morante e Giorgio Bassani e giornalisti romani. Vorrei riferire la testimonianza di una fine poetessa recentemente scomparsa, Biagia Marniti, che lo frequentava nel dopoguerra. Biagia Marniti è stata una delle protagoniste della rinascita della vita culturale a Roma dove si ristampava “La Fiera letteraria” ed era nato, nel salotto Bellonci, il gruppo degli “amici della domenica” che ha creato nel 1947 il Premio Strega, il più prestigioso premio letterario italiano. Ecco come la Marniti descrive l’ambiente di Babington: “In piazza di Spagna, da Babington, continuavano ad incontrarsi Bruno Barilli e Vincenzo Caldarelli, Giacomo Natta e Luigi Diemoz, Bruno Fonzi e Velso Mucci che dirigeva una rivista problematica come Il costume politico e letterario (1945-1950). Al gruppo si aggiungevano saltuariamente Alfredo Zennaro, Biasi, Nicola Ciarletta, Marcello Pagliero e altri giornalisti che amavano discutere vivacemente di letteratura, di teatro e di politica. Erano intellettuali di varie tendenze: anarchici e comunisti, socialisti, liberali e individualisti e, fra battute, paradossi, fra notabili e antinotabili, l’intelligenza scintillava fra una tazza di tè e, chi poteva permetterselo, un pasticcino. Si viveva di carne in scatola, di latte, di pane raffermo, di castagnaccio, di noccioline, di olive, di castagne arrostite e sigarette fatte a mano. Erano mesi di dignitosa povertà, e dopo tante sofferenze e amarezze, erano densi di iniziative fluttuanti fra gli estremi lampi di una bohème che stava per scomparire. L’unica certezza era l’essere vivi, l’essere in buona salute. Si cercava un lavoro e si avevano cento idee”.
Posso portare sui caffè letterari romani della seconda metà del Novecento una testimonianza personale, contenuta d’altronde nel mio libro “Con Flaiano e Fellini in via Veneto - Dalla Dolce vita alla Roma di oggi”. Non si possono trascurare per esempio, fino agli inizi degli anni Novanta, le lunghe serate al bar del Plaza con gli amici come il poeta Michele Parrella, lo scrittore Piero Buttitta, l’editore Cesare De Michelis e il fratello Gianni. Famosa è la distinzione che faceva Flaiano, a proposito degli intellettuali che si incontravano dopo la cena, fra diambuli e nottambuli, i quali ultimi erano quelli disposti a superare la mezzanotte. Prima di cena si andava a prendere l’aperitivo in via Condotti al “Baretto”, che poi fu, alla fine del Novecento, quasi di soppiatto trasformato in una boutique con grande rammarico di giornalisti e politici che vi si incontravano, da Giorgio Spadolini –cugino del più famoso Giovanni- a Giulia Massari, che hanno poi scelto di rifugiarsi al bar dell’Hotel d’Inghilterra. Il sabato e la domenica una meta letteraria per un caffé o un aperitivo prima di pranzo erano e rimangono i caffé all’angolo tra Campo dei Fiori e piazza Farnese. Ma il luogo principale di incontro è stato e rimane piazza del Popolo. Nel mio libro c’è proprio un capitolo intitolato “Andavamo a piazza del Popolo”, dove cito i calembours e i soprannomi che venivano appioppati ai frequentatori di Canova e di Rosati e di cui vorrei citarne alcuni.
Da Canova o da Rosati, appena arrivato dalla provincia nel dopoguerra, seduto al tavolo con Mazzacurati o Vincenzo Talarico o Sandro De Feo, alcuni di quei soprannomi li ho visti nascere o li ho ascoltati dalla voce dei protagonisti. Per esempio, il motto “mi spezzo ma non mi spiego” con cui Mazzacurati definiva l’inflessibile critico d’arte Argan, io lo ricordo detto da Flaiano a proposito di se stesso così variato: “Mi spezzo ma non m’impiego”. E credo che la battuta “La terra ai carandini”, deformazione dello slogan comunista “La terra ai contadini”, sia nata tra Flaiano e Mezio nel salotto del “Mondo” frequentato dal “proprietario” Nicolò Carandini, proprietario della tenuta di Torre in Pietra. L’epigramma di Flaiano suonava così: Il conte Carandini fermo come Torre in Pietra che non crolla lancia il manifesto della nuova Internazionale “Agricoltori di tutto il mondo unitevi – la terra ai Carandini”. Mazzacurati, la sera quando usciva dal suo studio di scultore, con la sua aria impassibile, il bel volto in apparenza soave, si sfogava genialmente sia pure indulgendo qualche scurrilità. Apprendo da Caruso che per esempio il “Vecchio tastamento” a proposito del buon Ciccio Trombadori, che troneggiava da Rosati, o “La picassata alla siciliana” per Guttuso- e trascuro altre variazioni su Picasso- sono di Mazzacurati insieme a molti altri “calembours” e giochi di parole. Così “L’amaro Gambarotta” per Moravia o “Il profeta del passato” per Pannunzio, (ma era più diffuso, forse per il suo aspetto imponente e per il suo silenzioso distacco, un altro soprannome: “Il piedone”) sono dello stesso autore. Si potrebbe aprire –come del resto s’è aperto- un dibattito sulla paternità dell’uno o dell’altro doppio senso di Mazzacurati, come per esempio, a proposito di un pittore qui anonimo, il forte “Latrin lover”, e “L’incantatore dei sergenti” per Filippo De Pisis.
In un altro capitolo racconto l’atmosfera nel secondo dopoguerra del Caffè Rosati. Nel secondo dopoguerra, Rosati è stato quello che, fino alla metà degli anni Quaranta per gli intellettuali, gli scrittori e gli artisti, erano stati Aragno e il Caffè Greco. Tutto il mondo letterario ed artistico ruotava intorno a questo Caffè di piazza del Popolo, anche se il suo omonimo di via Veneto attirava d’inverno registi, scrittori, giornalisti e politici, da Saragat ai produttori De Laurentis e Ponti.
I ritmi e le frequenze cambiavano secondo gli orari delle giornate e delle stagioni. Si andava da Rosati a piazza del Popolo a bere l’aperitivo e le signore della buona borghesia andavano la domenica a comprare le paste dopo la messa, mentre negli altri giorni il pomeriggio prendevano il té.
Quanti soprannomi celebri sono stati inventati da Vincenzino Talarico, da Mazzacurati, da Flaiano, da Franco Monicelli, sedendo ai tavolini dove affilavano le loro linguacce prima di disperdersi per la cena.
L’estate era il trionfo di Rosati. Qui, col ponentino, la sera, fino agli inizi degli anni Settanta, dopo cena, tutti venivano a prendere il gelato o una bibita fresca e a conversare, parlando dell’ultimo film e del libro di Pasolini o di Bassani o di Arbasino o della Morante, o degli avvenimenti politici interni ed internazionali, su cui si accanivano Sandro De Feo ed Ercole Patti, anche se essi d’inverno preferivano gli angoli raccolti, come una grotta accogliente, del Caffè di fronte, Canova.
Ho nella mente come un dagherrotipo delle prime serate che ho trascorso da Rosati in cui ricordo i vari gruppi. Alberto Moravia che con la moglie abitava in via dell’Oca, la stradina che sbocca in via Ripetta subito dopo piazza del Popolo, ne è stato, tranne che negli ultimi anni, un frequentatore abitualissimo. Vi faceva, per così dire, casa e bottega. E la sera insieme alla moglie Elsa Morante, con Pasolini e con gli scrittori più giovani alle prime armi, da Siciliano ad Arbasino, o con amici che arrivavano da Milano o da Firenze, da Soldati a Vittorini e l’editore Bompiani, si davano appuntamento ai tavoli di questo Caffè.
In un tavolo in prima fila, da solo o con l’amico Francalancia, sedeva il pittore Francesco Trombadori, talvolta insieme con De Chirico, Guttuso, Bartoli e Maccari. Dall’altra parte dei tavoli, dopo le 23 c’erano Mario Pannunzio, Libonati, Carandini, il gruppo del “Mondo” a cui si aggregava volentieri talvolta Rossellini, e poi veniva Fellini per vedere Flaiano. Nasceva in quelle ore una specie di gioco di parole e di sguardi: da tavolo a tavolo si intrecciavano discorsi. Allora Rosati chiudeva verso le una e mezza o le due di notte ed i tavoli rimanevano fuori, e ad essi, con Ciarletta, Bonanni, Alfredo Mezio e talvolta anche con un gruppo di fotografi tra cui Pasquale Prunas, si arrivava fino alle tre o alle quattro a guardare il cielo terso, quasi trasparente. Passava un vecchio con un secchio con Coca Cola e i lupini perché il bar era chiuso e compariva di volo Sandro Penna.
Dopo questo dagherrotipo tra gli anni ’59 e ‘ 60 scattano altre foto nella memoria del tempo. Simone di Beauvoir e Sartre che stavano a parlare come due ragazzini al tavolo mentre arrivava Carlo Levi da Villa Strohl Fern con la sua “1100” nera. E i giovani pittori, purtroppo consumatisi nella loro vita dispendiosa, come Franco Angeli con Marina Lante della Rovere ed il suo amico Festa, e il gallerista Plinio con Dorazio, Turcato, Consagra, Nino Franchina, Cascella. C’era alle 19 una gran folla nella saletta, file al telefono come ancora oggi, e si mischiavano gli architetti famosi, da Luccichenti che costruì la villa della Petacci alla Camilluccia, a Monaco, a Minciaroni.
Altri flash con gli attori: da Vittorio Caprioli a Franca Valeri a Carlo Mazzarella tra cinema, tv e giornalismo, a Gassman. C’è stato un momento negli anni Sessanta in cui accanto ad artisti e scrittori italiani c’erano famosi personaggi stranieri, come lo scrittore svizzero Max Frisch ed il pittore olandese De Kooning oltre a stupende ragazze, come una molto bella amica di Pollock.
I flash potrebbero continuare: forse quell’epoca di Rosati si può cogliere bene nei versi del poeta Michele Parrella che vi veniva allora con Leonardo Sinisgalli: “Era il tempo dei convogli e degli abbracci / Il mondo era là in quella vecchia vetrina opaca/ e tutti i nostri nomi ancora intatti/ quando i sogni nacquero e si infransero”.
Da Rosati sono nati amori e progetti televisivi, soggetti di film, inchieste giornalistiche, polemiche politiche. Rosati è stato fino agli anni della TV un luogo cosmopolita, un centro dei protagonisti del successo letterario ed artistico e dei giovani che vi aspiravano.
Certo, nel Settanta c’è stata una certa decadenza. Il pittore Bruno Caruso racconta in un suo libretto che Flaiano e Mazzacurati incontrandosi una sera a piazza del Popolo e voltandosi a guardare verso il Caffè affollato di giovani sconosciuti con blue-jeans e capelli lunghi diceva: “Credono di essere noi”. Era il periodo delle comparse dei film western all’italiana .
Tre anni fa Rosati è stato restaurato, identico a come era prima, con i mobili fatti rinnovare a Firenze dove erano stati costruiti. E’ tornato come prima, come una volta. Roma certo è cambiata ma sarebbe travolta se Rosati fosse trasformato in un Caffè postmoderno o alla moda. Forse il modo migliore per dire quello che Rosati dovrebbe essere è citare questi versi di Antonello Trombadori, scritti quando Rosati fu rinnovato e restaurato. “S’ariapre Rosati, allegramente! M’ero messo pavura che chiudeva/ domani invece ce sarà più gente/de quanta prima già se lo godeva / In tempi de talento scarseggiante / un Caffè con la Storia su le mano/è un richiamo/’no specchio stimolante”.
In un altro capitolo, intitolato “Quando l’arte nasceva a piazza del Popolo”, cito un libro di Andrea Tugnoli che ricostruisce la vicenda di quel gruppo di artisti che animarono negli anni Sessanta la vita artistica romana. Quei pittori che si radunavano intorno al caffè Rosati: Schifano, Angeli, Festa, Giosetta Fioroni, Bignardi, Ceroli, Mambor, Lombardo, Tacchi, Kounellis, Pascali, erano al centro di un’attività artistica che rendeva Roma negli anni ’50 la città che faceva concorrenza a New York e Parigi. Quello che pochi sanno è che erano gli artisti americani a venire a Roma a spiare e curiosare, dal famoso Rauchenberg a De Kooning .
E’ un libro, quello di Tugnoli, che permette di collocare questo fenomeno romano nella giusta prospettiva al di fuori degli schemi e delle mode dell’epoca. Nella prefazione Maurizio Calvesi sottolinea il contributo che questi artisti hanno dato all’arte italiana nella seconda metà del secolo. “La scuola di piazza del Popolo” ne rappresenta un aspetto importante e, nello stesso tempo, un momento significativo della storia delle capitale che testimonia della vivacità culturale e artistica di Roma negli anni ’60.
Anche se può suonare come il vezzo della nostalgia del passato, via Veneto, per chi la frequentava all’epoca sua più gloriosa che fu dagli anni Cinquanta alla metà degli anni Sessanta, è stata anche il simbolo, nel bene e nel male, di una Roma che usciva dalla guerra e dalla fame, di un Paese che aveva la volontà di ricostruire e di godere dei piaceri della vita. Sento ancora nel palato il sapore dolcemente amaro del primo bicchiere di baby (whisky Ballantine) che, era la fine degli anni Quaranta, assaporavo al bancone di Rosati in via Veneto con il premuroso barman Valentino. Si facevano le ore piccole, chiacchierando attorno ai tavolini dei caffè già chiusi mentre c’era la brezza del ponentino che allora rendeva tollerabile trascorrere il luglio e l’agosto a Roma. Via Veneto frequentata da attrici famose, come Lana Turner, da attori come Marlon Brando, era balzata a notorietà internazionale subito dopo la guerra, anche perché gli ufficiali alleati che alloggiavano all’Excelsior e negli altri alberghi frequentavano l’Harry’s Bar, Rosati poi diventato Carpano e il Caffè Strega.
Chi ha letto L’Orologio di Carlo Levi sa come Roma visse quell’epoca del dopoguerra, con quanta effervescente vivacità e creatività. In via Veneto Rossellini ideò i suoi primi film, qui Mario Pannunzio con Franco Libonati e gli altri amici de “Il Mondo”, con Paolo Monelli e Vittorio Gorresio, discutevano di film, di libri, dell’ultimo romanzo di Moravia o delle battaglie politiche per la democrazia. Certo non basta trasformare gran parte di via Veneto in un’isola pedonale, far suonare ad un’orchestrina le musiche degli anni Sessanta (e perché no, quelle della fine degli anni Quaranta e degli anni Cinquanta) per restituirle quel tocco irripetibile, ma è anche significativo, in questo momento che rassomiglia psicologicamente a quell’epoca in cui da poco era finito un regime, il proposito di far rinascere questa strada che sembrava ormai abbandonata al degrado. Non ci si può certo illudere che, come per miracolo, ritornino i fantasmi di quel tempo. Erano i tempi in cui lo Scià, scappato dall’Iran dove doveva poi tornare fino alla rivoluzione komeinista, stava all’Excelsior con Soraya.
Giovanni Russo
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