Gli EVENTI del 2006





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2006 - 2007



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Gli eventi del 2005

 

 

 


Mercoledì 21 giugno 2006


Palazzo Panciatichi, via Cavour, 4 - Firenze
Sala del Gonfalone

Il Presidente del Consiglio Regionale della Toscana, on Riccardo Nencini
ha presentato

Le uova del drago
(Edizioni Mondadori)

di
Pietrangelo Buttafuoco

 



Il volume di Pietrangelo Buttafuoco (Mondadori) si è rivelato uno dei casi editoriali del 2005.
Il libro combina lo stile tradizionale della narrativa siciliana al thriller, rievocando una pagina poco conosciuta della storia italiana, quella dello sbarco alleato in Sicilia durante la seconda guerra mondiale.
Firenze ha accolto l'Autore ed i Relatori con vivissimo interesse ed una sorprendente affluenza di pubblico.


Sono intervenuti

Paolo Bartolozzi
Vicepresidente del Cons. Reg. della Toscana

Lucio Lami
Presidente del P.E.N. Club Italiano

Gianfranco Santoro
Scrittore

 

Nel romanzo di Pietrangelo Buttafuoco, Le uova del drago (Mondadori), c’è una scena magnifica nella quale salta fuori persino Franco Franchi. In un vero e proprio cameo, il celebre comico siciliano viene fatto comparire a pagina 256, a poco più di venti dalla fine, citato con il suo vero nome di Franco Benenato. Viene raffigurato bambino, intento a imitare e sbertucciare il Führer ancora vivo e combattente (è il gennaio del 1945) per lo spasso della gente che gli sta intorno nel mezzo di uno sfollamento da Trapani a Levanzo, nella Sicilia liberata dagli angloamericani.
La scena spiega anche le ragioni di un fatto sorprendente: uno scrittore filofascista scrive un romanzo immedesimandosi nelle ragioni degli sconfitti della storia (i fascisti, appunto, e i nazisti nelle loro molteplici varianti, dai consueti teutonici ai musulmani agli ordini del Gran Muftì di Gerusalemme), e quasi tutti ne parlano bene. Cose che succedono, almeno in Italia. Certamente, Le uova del drago, è un libro ben scritto, ma è anche ideologicamente disturbante per il comune senso della correttezza politica, nel senso che è monoliticamente dalla parte di tutti coloro i quali hanno avuto ragioni (buone o meno buone) per preferire l’avventurismo mussoliniano, con la sua vigorosa azione antimafia, all’imperio dell’oro demo-pluto-giudaico, sostenuto dalla lunga mano di Lucky Luciano. La mimesi dell’autore col punto di vista dei suoi beniamini è totale. Sorprende, insomma, che un po’ tutti, anche da sinistra, abbiano salutato il libro di Buttafuoco come qualcosa di necessario, addirittura, quasi a significare che se la letteratura è l’elaborazione e la perlustrazione di mondi possibili, quel mondo rimaneva fino a oggi inesplorato, e una mappa e un resoconto di viaggio ci volevano.
Buttafuoco intraprende l’esplorazione nei panni di Eughenia Lenbach, una sorta di incrocio tra Jack Bauer e Lara Croft in versione nazista, a capo di una banda di spietati ninja musulmani intenti, tra il ’43 e il ’45, a mettere a ferro e fuoco le retrovie di un fronte, la Sicilia, che i nemici del Reich ritenevano ormai sicuro. La soldatessa (personaggio realmente esistito, assicura Buttafuoco, alla cui leggenda avrebbe attinto) è portatrice di Ritterkreuz, bella e letale, dalle molteplici identità, cattolica praticante, poliglotta, assassina veloce di lama e sul grilletto, capace di imporsi anche solo con lo sguardo a uomini più anziani e apparentemente più autorevoli di lei. È un soldato che ci crede ancora: combatte per una causa detestabile, e combatte bene, e rischia di vincere. Dovrebbe starci antipatica, finiamo per amarla. Perché?
Per avere risposta torniamo, dunque, a Franco Franchi. In quella scena, celata nella folla intenta a ridere alle smorfie del piccolo esilarante cabarettista, c’è anche la protagonista, sotto travestimento e intenta allo svolgimento di una missione che la porterà, di lì a poco, a mettere le mani – con un’azione di stupefacente efficacia – su materiali che potrebbero effettivamente capovolgere la sorte del conflitto. Il fatto decisivo, tuttavia, è Franco Franchi. È che nei porti siciliani, in mezzo alla gente comune che attende la fine del conflitto tra speranza e desolazione, di Hitler ormai si ride. È che il nazismo, quel nazismo che Eughenia Lenbach serve con la furia di una guerriera scesa dal Valhalla, è ormai sconfitto per decreto comune, per vox populi.
F
ranco Franchi è l’alba di un pensiero collettivo. È, con le sue smorfie, l’angelo (o il buffone) che annuncia l’inizio di una nuova era in cui l’idea che ancora infiamma la mente della protagonista è stata scalzata dal novero delle ipotesi percorribili o perlomeno accettabili, per divenire oggetto di parodia o al più, ma non è poi molto diverso, “male assoluto”. La genialità di Buttafuoco è tutta lì:
non c’è niente di più attraente di uno sconfitto che sappia di esserlo, e in qualche modo riesca a esserne orgoglioso.

Marco Beccaria


 

 

 



TORINO CAPITALE MONDIALE DEL LIBRO 2006-2007 CON ROMA
P.E.N. CLUB ITALIANO, Sezione di Torino

Il P.E.N. Club Italiano e la sua sezione Torinese
 annunciano l’Incontro sul tema:

La letteratura della Torino di oggi di fronte alla varietà

delle culture del mondo

Giovedì 25 maggio, ore 17
Fondazone Fulvio Croce: via Santa Maria, 1 – Torino

Con il Patrocinio di

Regione Piemonte - Provincia di Torino - Città di Torino - Torino Capitale Del Libro

 

Presentazione:

  Il lungo viaggio della scrittura attraverso il tempo ci porta ad approdare sulla spiaggia delle nostre Società attuali, le cui culture s’intrecciano e si confondono malgrado la resistenza di ciascuna ad aprirsi alle altre. Tanto auspicabile quanto inevitabile, dunque, il confronto e la coesistenza proprio al fine di garantire il loro stesso sopravvivere.

   La Torino intellettuale d’oggi non deroga certo alla regola che comporta l’introduzione di culture diverse nel suo tessuto sociale, ed ecco che proprio la letteratura diventa un efficace strumento di conoscenza e di pacifico raffronto  tra popoli diversi, illustrandoci realtà che altrimenti rimarrebbero a noi tanto più lontane ed estranee.

   Ma l’elemento di fondo che contraddistingue ogni reale scambio è, ovviamente,  la reciprocità: e in quale modo la Torino di oggi, indicata come un’ampia porta verso l’Europa, sa esprimersi e raccontare di sé al resto del mondo attraverso la parola scritta?

   Se già Platone, paragonando la letteratura all’architettura, soleva dire: “Ogni parola un mattone, ogni libro un edificio”, in che forma, per quali vie, attraverso l’apporto di chi, gli intellettuali-scrittori torinesi riescono oggi a costruire e ad esportare l’immagine culturale della loro città e delle antiche tradizioni che l’arricchiscono?
 
   E’ per approfondire questi temi che illustri docenti, scrittori, critici ci hanno accompagnati in un’esplorazione della scrittura piemontese che, dal passato, giunge ad un ventunesimo secolo non meno importante dove Torino, proprio in quanto varco bidirezionale d’Europa, è chiamata a giocare il suo ruolo letterario nel modo più autorevole e costruttivo.

         Con Lucio Lami, Presidente del P.E.N. Club Italiano, hanno parlato della letteratura in quanto strumento di conoscenza e di pacifico raffronto tra i popoli e di come la Torino d’oggi, attraverso la parola scritta, sa esprimersi e raccontare di sé al resto del mondo, i signori:

          Maria Paola Azzario Chiesa - Presidente UNESCO di Torino
          Lelia Cracco Ruggini - Università di Torino
          Carlo Grande - Giornalista e scrittore
          Renzo Rossotti - Saggista e scrittore
          Giovanni Tesio - Università del Piemonte Orientale, critico letterario

Durante gli intervalli, l’attrice Angela Brusa darà voce ad alcune brevi letture

          La conduzione dell’Incontro è affidata al professor Giovanni Tesio          
          L’organizzazione è di Anna Antolisei e di Anna Gribaudo

Programma

Ore 17,00

- Saluti delle Autorità


Ore 17, 30

- Introduzione al tema del dr. Lucio Lami, Presidente PE.N. Club Italiano
- Il prof. Giovanni Tesio, conduttore, presenta i Relatori

Ore 17, 45

- Interventi

Lelia Cracco Ruggini
Renzo Rossotti

- Brevi letture

Ore 18,30

- Interventi


Carlo Grande
M. P. Azzardo Chiesa

- Brevi letture

Ore 19,15

- Conclusioni prof. Giovanni Tesio

- Discussione con il Pubblico

- Saluto dr. Lucio Lami

- RINFRESCO

 


Album fotografico

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Il P.E.N. Club Italiano
e     
il progetto “Cafè d’Europe/The Story of Europe”

9 maggio 2006

Il Caffè Greco

Il P.E.N. Club Italiano raccoglie l'invito del Centro P.E.N. austriaco ed oraganizza, a Roma, la celebrazione del più noto Caffé Letterario della Capitale. L'incontro è avvenuto sotto la conduzione del Presidente Lucio Lami.

Inconto al Caffè Greco di Roma

A Roma, nella cornice di damasco cremisi del Caffè Greco carico di anni e di arte, Maria Luisa Spaziani, Edith Bruck, Iolanda Insana, Luciano de Crescenzo, Luciana Vasile,(scrittrice) con il suo gruppo di amici,prof. Aldo Conidi, Emerico Giachery, e Noemi Paolini (critici letterali) professor. Caronia, Avv. Federica Mosca, Cristina Verdicchi, Dott. Leonilde, Antonio Maria Masia (poeta) con il suo gruppo di amici dell’Anpecomit, Neria De Giovanni da Alghero, (critico letterario) con il suo gruppo di amici di Salpare , Elena Ribet, (poeta) Luca Benassi (poeta) Fortuna Della Porta (poeta), Donatella Tesi da Firenze  (scrittrice), Paola Lucarini da Firenze  (poeta) e  tantissimi  altri si sono dati appuntamento il 9 maggio scorso, in occasione della giornata della celebrazione dei Caffè letterari in tutte le capitali europee, per  ascoltare un interessante e documentato discorso sugli antichi storici caffè letterari della capitale.
L’argomento riguardava la consuetudine che artisti di diversa estrazione hanno sempre seguito in tutta l’Europa di incontrarsi in un luogo prestabilito, di solito appunto un caffè, a cominciare dal settecento, tanto che in questa tradizione si può ascrivere anche Goldoni.
L’iniziativa è partita dal P.E.N. club, l’associazione internazionale che raccoglie gli scrittori, nella sua sezione austriaca ed è stata recepita da quella italiana, nella persona del presidente nazionale  Lucio Lami  che ha introdotto l’evento ringraziando gli intervenuti  e presentando il conferenziere relatore Giovanni Russo.
Il relatore ha tracciato un profilo storico del famoso salotto romano quasi bicentenario e delle nobili menti che lo frequentavano, per approdare ai suoi ricordi personali, quando, nel secondo dopoguerra, la città divenne crocevia di culture e incontri, di cui Fellini ha dato qualche stralcio nella Dolce vita.
Idee, sceneggiature, articoli di giornali, dibattiti nascevano ai tavolini di alcuni bar, Canova a piazza del popolo o Greco in via Condotti, l’Aragno e il Rosati, nelle lunghe notti tirate fino all’alba, esercitandosi pure in scherzi linguistici e veri e propri calembour.
All’epoca anche l’intellettuale più squattrinato abitava in centro e nessuno da Moravia, a Pasolini, a De Pisis, a Betocchi, a Gadda, a Palazzeschi, a Piero Chiara, a Manganelli, a Flaiano, e si potrebbe continuare a lungo, si è sottratto al rituale degli appuntamenti, che purtroppo all’improvviso si sono conclusi, consegnando le sale e i tavoli ai turisti e interrompendo una tradizione di confronto concettuale che ha germogliato un’elaborazione sempre feconda.
Negli ultimi trent’anni, dunque, non è rimasto nessuno a frequentarli e librerie, bar, festival di letterature e fiere cercano inutilmente di rianimarli o di riproporre le antiche suggestioni, senza riuscirci.Ai tavolini del Rosati nacque il foglio umoristico-polemico il Caffè, che ospitò tanta parte della cultura italiana, fino al Gruppo 63, con Pagliarani, Balestrini, Sanguineti.
Per sottolinearne l’importanza  Lina Wertmuller, intervenuta in altra sede sulla questione, ha detto che sarebbe opportuno  l’intervento dell’amministrazione comunale al  fine di creare una fondazione a salvaguardia dei numerosi caffè letterari di Roma.
Prima del congedo, il direttore artistico del Caffè Greco, Vittorio Maria De Bonis, augurandosi altre occasioni d’incontro, ha illustrato le numerose opere d’arte, quadri in particolare, alcuni di acquisizione recente, che arricchiscono la collezione dello storico caffè.
A conclusione il Presidente Lami e il socio di Roma  Antonio Maria  Masia  hanno auspicato che la sezione romana  del Pen Club, fin qui silente e poco attiva,  a partire da questo importante appuntamento, concluso con un brindisi augurale, si rafforzi  e sia promotrice di incontri e dibattiti.

La Roma dei Caffè Letterari
Intervento di Giovanni Russo

Parlare dei caffè letterari a Roma nell’antico caffè Greco è anche ricollegarsi alla idea dell’Europa e della sua grande tradizione culturale dei secoli scorsi. Nel 2.000, essa può rinascere grazie alla Comunità europea, che stabilisce un rapporto unitario tra i Paesi e gli Stati del continente. L’Unione europea viene considerata soprattutto dal punto di vista economico e sociale o della unificazione di leggi che riguardano questi campi, ma non è ancora una unione politica: il tentativo di adottare una Costituzione, infatti,  si è arenato dopo il voto negativo al referendum su di essa dei francesi e degli olandesi.

Il progetto “Cafè d’Europe/The Story of Europe” nella storia dell’Europa è un importante contributo all’idea dell’Europa, perché aiuta a costruire quei legami culturali che tutti gli europei hanno in comune e che hanno continuato dall’800 ad oggi a materializzarsi proprio nei caffè letterari. E’ nei caffé letterari che hanno avuto modo di incontrarsi, di scambiarsi idee, di creare rapporti di collaborazione, di avere ispirazione scrittori, poeti, artisti, studiosi, attori provenienti da varie nazioni che volevano capire i costumi e le tradizioni di altri popoli europei, studiarne sul luogo la storia o avere motivi per la loro ispirazione letteraria o poetica.

George Steiner, studioso di fama internazionale, ha scritto in un libro pubblicato dal Nexus Institute di Amsterdam, definito da Mario Vargas Llosa “ingegnoso e provocatorio”, che “L’Europa è i suoi caffè, quelli che i francesi chiamano cafés. Dal locale di Lisbona amato da Fernando Pessoa ai cafès di Odessa frequentati dai gangster di Isaac Babel. Dai caffè di Copenhagen, quelli di fronte ai quali passava Kirkegaard nel suo meditabondo girovagare fino a quelli di Palermo. Non si trovano caffè atipici a Mosca, che è già la periferia dell’Asia. Ce ne sono pochissimi in Inghilterra, dopo una fugace moda nel Diciottesimo secolo. Non ce ne sono nell’America del Nord, con l’eccezione dell’avamposto francese di New Orleans. Basta disegnare una mappa dei caffè, ed ecco gli indicatori essenziali dell’ ‘idea Europa’”.

Sotto questo aspetto l’antico caffè Greco di Roma è proprio l’esempio italiano della tesi di Steiner e cioè del rapporto vivo tra la cultura europea e  alcuni dei suoi più celebri rappresentanti che lo hanno frequentato e continuano ancora a farlo. Ma in verità tutti i caffè romani, che si possono definire letterari, sono stati e sono le sedi di incontri tra scrittori ed artisti italiani e stranieri. In un certo periodo della seconda metà del Novecento, hanno avuto quasi lo stesso ruolo di redazioni di giornali o delle case di produzione cinematografiche. Soprattutto, sono stati i centri dove si è svolta e si è manifestata per alcuni anni quella “società della conversazione” che caratterizzava il secolo d’oro francese del Settecento e che in qualche modo è proseguita fino alla metà degli anni Sessanta in Italia, a Roma. Per anni, dal Cinquanta in poi, per esempio si andava da Rosati o da Canova in piazza del Popolo dove letterati e artisti si incontravano per parlare anche di lavoro: quante idee di libri, di sceneggiature di film, quante discussioni che finivano allora sui giornali sulle tendenze artistiche e letterarie sono nate qui.

Il Caffè Greco di via Condotti dove si affollano oggi i protagonisti del turismo di massa è stato fino alla seconda metà del Novecento il punto di ritrovo dei poeti, scrittori e artisti italiani. Ogni mattina andava a bere il cappuccino Giorgio De Chirico, il quale soleva dire che “il Caffè Greco è l’unico posto dove ci si può sedere e aspettare la fine del mondo”.  C’è una celebre fotografia degli anni Quaranta dove si vedono seduti quasi in posa ai tavolini, Goffredo Petrassi, Mirko, Pericle Fazzini,  Mario Soldati Mafai, Carlo Levi, Afro, Renzo Vespignani, Vitaliano Brancati, Sandro Penna, Lea Padovani, Orson Welles, Orfeo Tamburi, Ennio Flaiano, Libero De Libero, Aldo Palazzeschi. “C’eravamo un po’ tutti – ricorda il pittore Renato Guttuso – e ci andava anche Moravia”.

Il Caffè Greco è uno dei più antichi d’Europa insieme al Procope di Parigi e al caffè Florian di Venezia. Il suo aspetto non era molto differente da quello odierno, come si può vedere da un acquerello del 1852 del pittore Passini conservato ad Amburgo.  Ha mantenuto le stesse caratteristiche nell’arredo e nei tavolini ricoperti da marmi antichi, nelle salette piene di opere d’arte, foto e oggetti che testimoniano della sua storia. Re, regine, marajà, scrittori, poeti, compositori, attori, cantanti, persino capi pellerossa e cowboy come il celebre Buffalo Bill ne sono stati assidui frequentatori.

Fondato nel 1760 da Nicola della Maddalena, forse  un levantino, donde il nome del locale riferito alla sua nazionalità greca, probabilmente esisteva già da alcuni anni. Giacomo Casanova ricorda nelle sue memorie che nel 1743, quando era a servizio del cardinale Troiano Acquaviva (e anche della sua bella nipote), entrò con alcuni amici romani nel “Caffè di strada Condotta”. Ma il primo documento ufficiale risale al 1760: si tratta di una nota del censimento di quell’anno contenuta nel “Libro dello stato delle anime” della Parrocchia di San Lorenzo in Lucina (conservato nell’Archivio del Vicariato) in cui risulta il nome di “Nicola di Maddalena, greco”. La notorietà del Caffè Greco ebbe inizio nel 1779 quando cominciò ad essere frequentato da Johann Wilhelm Tischbein, Karl Philipp Moritz in compagnia del loro grande amico Wolfgang von Goethe - il quale abitava a poca distanza al numero 20 di via del Corso. Ben presto divenne luogo preferito d’incontri di artisti germanici, tanto che lo scrittore Johann Jakob Wilhelm Heinse ne propose la denominazione di “Caffè Tedesco”. Il suo successo si consolidò nel 1806 quando, a causa del blocco continentale imposto da Napoleone per combattere gli inglesi, il prezzo del caffè salì vertiginosamente. Tutti i caffettieri di Roma, volendo mantenere fermo il prezzo di ogni tazza, si arrangiarono con i ceci, la soia o le castagne. Il proprietario del Caffè Greco, al contrario, utilizzò sempre vero caffè, ma lo servì in tazze molto più piccole (le stesse di oggi: tazzine cerchiate di arancio servite da camerieri ancora come un tempo in frac), e raddoppiò il prezzo.

Il XIX secolo fu l’epoca d’oro del celebre locale e alle pareti sono esposte le numerose opere di artisti italiani e stranieri che lo frequentarono, tra cui quelle di Antonio Mancini, Ippolito Caffi, Franz Ludwig Catel, Enrico Coleman, Massimo D’Azeglio, Angelica Kaufmann. In fondo al locale c’è quasi “inaspettata” sia per grandezza che per bellezza la sala rossa con pareti damascate, la statua di un fauno e sotto la finestra il divano dove si sedeva Hans Christian Andersen. Ora vi si riuniscono varie associazioni culturali tra cui il gruppo  dei “Romanisti”, studiosi della storia di Roma e poeti in dialetto romanesco, che l’anno scorso ha incontrato il capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi il quale si è compiaciuto per l’attività che svolgono da oltre cinquant’anni.

L’elenco degli avventori famosi è quasi interminabile. Del Caffè Greco furono ospiti regnanti e principi della Chiesa quali Luigi I di Baviera e Gioacchino Pecci, il futuro papa Luigi XIII. Tra gli scrittori stranieri: Nicolaj Gogol che a quanto si racconta vi scrisse una parte delle “Anime morte”; René de Chateaubriand, Adam Mikewicz e Stendhal, che vi si recava spesso. Lo storico Ippolyte Taine, Arthur Schopenhauer, Mark Twain, George Byron, Percy B. Shelley, che abitava poco distante, e il giovane poeta inglese Keats, che aveva preso casa al numero 26 di piazza di Spagna dove morì . Fra gli italiani: Carlo Goldoni, Giacomo Leopardi, Gabriele D’Annunzio. Pittori e scultori quali: Jean Baptiste Corot, Friederich Overbeck, Antonio Canova, Orazio e Carlo Vernet, Jean A. Ingres, Berthel Thorvaldsen, Anselm Feuerbach, Henry Regnault; numerosi musicisti, tra cui Franz Liszt, Hector Berlioz, George Bizet, Gioacchino Rossini, Jacob Mendelssohn, Giovanni Sgambati, Arturo Sgambati, Arturo Toscanini, Charles Gounod, Richard Wagner. Gli scrittori e artisti stranieri apprezzarono in modo particolare una speciale scatola in legno posta all’entrata che permetteva di ricevere la corrispondenza. Per il suo carattere storico, il Caffè Greco, che continua ad essere frequentato da artisti e letterati da ogni parte del mondo, è stato sottoposto a vincolo nel 1953 dal ministero della Pubblica Istruzione che lo ha dichiarato monumento di interesse storico.

Un altro caffè che ha avuto una notorietà europea perché accoglieva intellettuali ed artisti stranieri attratti dalle bellezze della Città eterna è il Caffè Notegen, aperto nel 1880 in via del Babuino 159, dallo svizzero Jon Notegen che gli ha dato il nome e che impiantò nei locali sottostanti anche una fabrichetta di marmellata. Il periodo di maggior fama è negli anni Trenta, quando diventò ritrovo di personalità artistiche italiane e straniere che continuarono a frequentarlo anche nel secondo dopoguerra fino agli anni Ottanta. Ne furono clienti: Mario Mafai, Cesare Zavattini, Ennio Flaiano, Mino Maccari, Carlo Levi, Renato Guttuso, Schifano, Novella Parigini, Ugo Attardi. Negli ultimi anni del Novecento e fino ad oggi, dopo un periodo di eclisse, per merito di Reto e Teresa Notegen, il caffè promuove presentazioni di libri, mostre di artisti, dibattiti su scrittori contemporanei e letture di poesia.
    
Durante la prima metà del Novecento fino alla fine della seconda guerra mondiale, il caffè più in voga tra letterati e artisti è stato il caffè Aragno in via del Corso, oggi trasformato in una rosticceria. Come ricorda Arnaldo Frateili che lo frequentò, e che ha scritto un libro pubblicato da Bompiani intitolato “Dall’Aragno a Rosati”, nella celebre terza saletta si riunivano scrittori e poeti come Bruno Barilli, Giuseppe Ungaretti, Vincenzo Cardarelli, Arturo Onofri, Rosso di Sansecondo, Umberto Fracchia. Da un loro cenacolo, sul quale posavano uno sguardo benevolo alcune divinità maggiori o minori della nuova critica sensibile al verbo crociano (Emilio Cecchi, Alfredo Gargiulo, Goffredo Belonci, ecc.) nacque la rivista Lirica che, anche in una città sorda e distratta come Roma, contò qualche cosa se non altro come antesignana della Ronda. Questi giovani, che coltivavano la prosa d’arte oltre alla poesia libera dai vecchi schemi, inauguravano il gusto del “frammento” ed erano lanciati alla scoperta delle letterature straniere. Così la letteratura romana si sprovincializzava, tra le prime clamorose esplosioni delle bombe futuriste.   
All’Aragno nei primi anni Quaranta c’erano giornalisti che facevano la fronda al fascismo in maniera più o meno aperta, come Mario Pannunzio, che doveva diventare direttore prima del quotidiano “Risorgimento liberale” poi del prestigioso settimanale “Il mondo”, con Sandro De Feo, Ercole Patti e Mario Missiroli, celebre direttore prima del “Messaggero” e poi del “Corriere della Sera”. Da lì, alla caduta del fascismo il 25 luglio del ‘43, Mario Pannunzio, insieme con altri giornalisti, si mosse per occupare la redazione del “Messaggero” e far pubblicare in prima pagina la notizia della cattura di Mussolini e della fine del regime. Tante volte nella terza saletta c’erano stati battibecchi tra qualche gerarca fascista e gli allora giovani giornalisti e scrittori che parlavano male del regime. Da Aragno, negli anni del secondo dopoguerra, prima che lo storico caffè fosse ceduto ad Alemagna, il produttore dei panettoni milanesi, si poteva incontrare ancora Bruno Barilli che, consumando un cappuccino, scriveva su un quaderno alcuni dei suoi versi o delle sue raffinate pagine sulla vecchia Roma.
    
Questi personaggi erano anche tra i frequentatori della sala da tè Babington a Piazza di Spagna, che fu fondata nel 1893 da Isabel Cargill e Anna Maria Babington. Queste due signorine inglesi di buona famiglia erano venute a Roma con l’intento di  aprire una sala da tè e di lettura per la comunità anglosassone, quando ancora il tè poteva essere acquistato solo in farmacia. Inizialmente, la sala vene  aperta in via Due Macelli, ma visto il grande successo l’anno seguente fu trasferita in piazza di Spagna nel prestigioso palazzo adiacente alla scalinata di Trinità dei Monti. Da allora, la sala da tè è rimasta pressoché invariata e continua a essere testimone discreta di eventi storici e culturali. Sopravvissuta a due guerre mondiali, e all’avvento del fast food, Babington ha ospitato famiglie reali, politici, giornalisti e personaggi della cultura e dello spettacolo. Ancora oggi, quando si apre la porticina a vetri con sopra disegnato un gatto nero con il collare rosso e il campanello fa ding, ci si sente trasportati magicamente nel sud Kensington del XIX secolo.
        
E’ stata meta, prima dell’ultima guerra, di nobili inglesi e di artisti di ogni nazionalità che si sono mescolati poi nel secondo dopoguerra con molti letterati come Elsa Morante e Giorgio  Bassani e giornalisti romani. Vorrei riferire la testimonianza di una fine poetessa recentemente scomparsa, Biagia Marniti, che lo frequentava nel dopoguerra. Biagia Marniti è stata una delle protagoniste della rinascita della vita culturale a Roma dove si ristampava “La Fiera letteraria” ed era nato, nel salotto Bellonci, il gruppo degli “amici della domenica” che ha creato nel 1947 il Premio Strega, il più prestigioso premio letterario italiano. Ecco come la Marniti descrive l’ambiente di Babington: “In piazza di Spagna, da Babington, continuavano ad incontrarsi Bruno Barilli e Vincenzo Caldarelli, Giacomo Natta e Luigi Diemoz, Bruno Fonzi e Velso Mucci che dirigeva una rivista problematica come Il costume politico e letterario (1945-1950). Al gruppo si aggiungevano saltuariamente Alfredo Zennaro, Biasi, Nicola Ciarletta, Marcello Pagliero e altri giornalisti che amavano discutere vivacemente di letteratura, di teatro e di politica. Erano intellettuali di varie tendenze: anarchici e comunisti, socialisti, liberali e individualisti e, fra battute, paradossi, fra notabili e antinotabili, l’intelligenza scintillava fra una tazza di tè e, chi poteva permetterselo, un pasticcino. Si viveva di carne in scatola, di latte, di pane raffermo, di castagnaccio, di noccioline, di olive, di castagne arrostite e sigarette fatte a mano. Erano mesi di dignitosa povertà, e dopo tante sofferenze e amarezze, erano densi di iniziative fluttuanti fra gli estremi lampi di una bohème che stava per scomparire. L’unica certezza era l’essere vivi, l’essere in buona salute. Si cercava un lavoro e si avevano cento idee”.

Posso portare sui caffè letterari romani della seconda metà del Novecento una testimonianza personale, contenuta d’altronde nel mio libro “Con Flaiano e Fellini in via Veneto  -  Dalla Dolce vita alla Roma di oggi”. Non si possono trascurare per esempio, fino agli inizi degli anni Novanta, le lunghe serate al bar del Plaza con gli amici come il poeta Michele Parrella, lo scrittore Piero Buttitta, l’editore Cesare De Michelis e il fratello Gianni.  Famosa è la distinzione che faceva Flaiano, a proposito degli intellettuali che si incontravano dopo la cena, fra diambuli e nottambuli, i quali ultimi erano quelli disposti a superare la mezzanotte. Prima di cena si  andava a prendere l’aperitivo in via Condotti al “Baretto”, che poi fu, alla fine del Novecento, quasi di soppiatto trasformato in una boutique con grande rammarico di giornalisti e politici che vi si incontravano, da Giorgio Spadolini –cugino del più famoso Giovanni- a Giulia Massari, che hanno poi scelto di rifugiarsi al bar dell’Hotel d’Inghilterra. Il sabato e la domenica una meta letteraria per un caffé o un aperitivo prima di pranzo erano e rimangono i caffé all’angolo tra Campo dei Fiori e piazza Farnese. Ma il luogo principale di incontro è stato e rimane piazza del Popolo. Nel mio libro c’è proprio un capitolo intitolato “Andavamo a piazza del Popolo”, dove cito i calembours e i soprannomi che venivano appioppati ai frequentatori di Canova e di Rosati e di cui vorrei citarne alcuni.

Da Canova o da Rosati, appena arrivato dalla provincia nel dopoguerra, seduto al tavolo con Mazzacurati o Vincenzo Talarico o Sandro De Feo, alcuni di quei soprannomi li ho visti nascere o li ho ascoltati dalla voce dei protagonisti. Per esempio, il motto “mi spezzo ma non mi spiego” con cui Mazzacurati definiva l’inflessibile critico d’arte Argan, io lo ricordo detto da Flaiano a proposito di se stesso così variato: “Mi spezzo ma non m’impiego”. E credo che la battuta “La terra ai carandini”, deformazione dello slogan comunista “La terra ai contadini”, sia nata tra Flaiano e Mezio nel salotto del “Mondo” frequentato dal “proprietario” Nicolò Carandini, proprietario della tenuta di Torre in Pietra. L’epigramma di Flaiano suonava così: Il conte Carandini fermo come Torre in Pietra che non crolla lancia il manifesto della nuova Internazionale “Agricoltori di tutto il mondo unitevi – la terra ai Carandini”. Mazzacurati, la sera quando usciva dal suo studio di scultore, con la sua aria impassibile, il bel volto in apparenza soave, si sfogava genialmente sia pure indulgendo qualche scurrilità. Apprendo da Caruso che per esempio il “Vecchio tastamento” a proposito del buon Ciccio Trombadori, che troneggiava da Rosati, o “La picassata alla siciliana” per Guttuso- e trascuro altre variazioni su Picasso- sono di Mazzacurati insieme a molti altri “calembours” e giochi di parole. Così “L’amaro Gambarotta” per Moravia o “Il profeta del passato” per Pannunzio, (ma era più diffuso, forse per il suo aspetto imponente e per il suo silenzioso distacco, un altro soprannome: “Il piedone”) sono dello stesso autore. Si potrebbe aprire –come del resto s’è aperto- un dibattito sulla paternità dell’uno o dell’altro doppio senso di Mazzacurati, come per esempio, a proposito di un pittore qui anonimo, il forte “Latrin lover”, e “L’incantatore dei sergenti” per Filippo De Pisis.
    
In un altro capitolo racconto l’atmosfera nel secondo dopoguerra del Caffè Rosati. Nel secondo dopoguerra, Rosati è stato quello che, fino alla metà degli anni Quaranta per gli intellettuali, gli scrittori e gli artisti,  erano stati Aragno e il Caffè Greco. Tutto il mondo letterario ed artistico ruotava intorno a questo Caffè di piazza del Popolo, anche se il suo omonimo di via Veneto attirava d’inverno registi, scrittori, giornalisti e politici, da Saragat ai produttori De Laurentis e Ponti.

I ritmi e le frequenze cambiavano  secondo gli orari delle giornate e delle stagioni. Si andava da Rosati a piazza  del  Popolo a bere l’aperitivo e le signore della buona borghesia andavano la domenica a comprare le paste  dopo la messa, mentre negli altri giorni il pomeriggio prendevano il té.
Quanti soprannomi celebri sono stati inventati da Vincenzino Talarico, da Mazzacurati, da Flaiano, da Franco Monicelli, sedendo ai tavolini dove affilavano le loro linguacce  prima di  disperdersi per la cena.

L’estate era il trionfo di Rosati. Qui, col ponentino, la sera, fino agli inizi degli anni Settanta, dopo cena, tutti venivano a prendere il gelato o una bibita fresca  e a conversare, parlando dell’ultimo film e del libro di Pasolini o di Bassani o di Arbasino o della Morante, o degli avvenimenti politici interni  ed internazionali, su cui si accanivano Sandro De Feo ed Ercole Patti, anche se essi d’inverno preferivano gli angoli raccolti, come una grotta accogliente, del Caffè di fronte, Canova.

Ho nella mente come un dagherrotipo delle prime serate  che ho trascorso da Rosati  in cui ricordo i vari gruppi. Alberto Moravia che con la moglie abitava in via dell’Oca, la stradina che sbocca in via Ripetta subito dopo piazza del Popolo, ne è stato, tranne che negli ultimi anni, un frequentatore abitualissimo. Vi faceva, per così dire, casa e bottega. E la sera insieme alla moglie Elsa Morante, con Pasolini e con gli scrittori più giovani alle prime armi, da Siciliano ad Arbasino, o con amici che arrivavano da Milano o da Firenze, da Soldati a Vittorini e l’editore Bompiani, si davano appuntamento ai tavoli di questo Caffè.

In un tavolo in prima fila, da solo o con l’amico Francalancia,  sedeva il pittore Francesco Trombadori, talvolta insieme con De Chirico, Guttuso, Bartoli e Maccari. Dall’altra parte  dei tavoli, dopo  le 23 c’erano Mario Pannunzio, Libonati, Carandini, il gruppo del “Mondo” a cui si aggregava volentieri talvolta Rossellini, e poi veniva Fellini per vedere Flaiano. Nasceva in quelle ore una specie di gioco di parole e di sguardi: da tavolo a tavolo si intrecciavano discorsi. Allora Rosati chiudeva verso le una e mezza o le due di notte ed i tavoli rimanevano fuori, e ad essi, con Ciarletta, Bonanni, Alfredo Mezio e talvolta anche con un gruppo di fotografi tra cui Pasquale Prunas, si arrivava fino alle tre o alle quattro a guardare il cielo terso, quasi trasparente. Passava un vecchio con un secchio con Coca Cola e i lupini perché il bar era chiuso e compariva di volo Sandro Penna.
   
Dopo questo dagherrotipo tra gli anni ’59 e ‘ 60 scattano altre foto nella memoria del tempo. Simone di Beauvoir e Sartre che stavano a parlare come due ragazzini  al tavolo mentre arrivava Carlo Levi da Villa Strohl Fern con la sua “1100”  nera. E i giovani pittori, purtroppo consumatisi nella loro vita dispendiosa, come Franco Angeli con Marina Lante della Rovere ed il suo amico Festa, e il  gallerista Plinio con Dorazio, Turcato, Consagra, Nino Franchina, Cascella. C’era alle 19 una gran folla nella saletta, file al telefono come ancora oggi, e si mischiavano gli architetti famosi, da Luccichenti che costruì la villa della Petacci alla Camilluccia, a Monaco, a Minciaroni.

Altri flash con gli attori: da Vittorio Caprioli a Franca Valeri a Carlo Mazzarella tra cinema, tv e giornalismo, a Gassman. C’è stato un momento negli anni Sessanta in cui accanto ad artisti e scrittori italiani c’erano famosi personaggi  stranieri, come lo scrittore svizzero Max Frisch ed il pittore olandese De Kooning oltre a stupende ragazze, come una molto bella amica di Pollock.
I flash potrebbero continuare: forse  quell’epoca  di Rosati si può cogliere bene nei versi del poeta Michele Parrella che vi veniva allora con Leonardo Sinisgalli: “Era il tempo dei convogli e degli abbracci / Il mondo era là in quella vecchia vetrina opaca/ e tutti i nostri nomi ancora intatti/ quando i sogni nacquero e si infransero”. 
Da Rosati sono nati amori e progetti televisivi, soggetti di film, inchieste giornalistiche, polemiche politiche. Rosati è stato fino agli anni della TV un luogo cosmopolita, un centro dei protagonisti del successo letterario ed artistico e dei giovani che vi aspiravano.
    
Certo, nel Settanta c’è stata una certa decadenza. Il pittore Bruno Caruso racconta in un suo libretto che Flaiano e Mazzacurati incontrandosi una sera a piazza del Popolo e voltandosi a guardare verso il Caffè affollato di giovani sconosciuti con blue-jeans e capelli lunghi diceva: “Credono di essere noi”. Era il periodo delle comparse dei film western all’italiana .
Tre anni fa Rosati è stato restaurato, identico a come era prima, con i mobili fatti rinnovare a Firenze dove erano stati costruiti.  E’ tornato come prima, come una volta. Roma certo  è cambiata  ma sarebbe travolta se Rosati fosse trasformato in un Caffè postmoderno o alla moda. Forse il modo migliore per dire quello che Rosati dovrebbe essere è citare questi versi di Antonello Trombadori, scritti quando Rosati fu rinnovato e restaurato. “S’ariapre Rosati, allegramente! M’ero messo pavura che chiudeva/ domani invece ce sarà più gente/de quanta prima già se lo godeva / In tempi de talento scarseggiante / un Caffè con la Storia su le mano/è un richiamo/’no specchio stimolante”.
   
In un altro capitolo, intitolato “Quando l’arte nasceva a piazza del Popolo”, cito un libro di Andrea Tugnoli che ricostruisce la vicenda di quel gruppo di artisti che animarono negli anni Sessanta la vita artistica romana. Quei pittori che si radunavano intorno al caffè Rosati: Schifano, Angeli, Festa, Giosetta Fioroni, Bignardi, Ceroli, Mambor, Lombardo, Tacchi, Kounellis, Pascali, erano al centro di un’attività artistica che rendeva  Roma negli anni ’50 la città che faceva concorrenza a New York e Parigi. Quello che pochi sanno è che erano gli artisti americani a venire a Roma a spiare e curiosare, dal famoso Rauchenberg a De Kooning .
E’ un libro, quello di Tugnoli, che permette di collocare questo fenomeno romano nella giusta prospettiva al di fuori degli schemi e delle mode dell’epoca. Nella prefazione Maurizio Calvesi  sottolinea il contributo che questi artisti hanno dato all’arte italiana nella seconda metà del secolo.  “La scuola di piazza del Popolo” ne rappresenta un aspetto importante e, nello stesso tempo, un momento significativo della storia delle capitale   che testimonia  della vivacità culturale e artistica di Roma negli anni ’60.
   
Anche se può suonare come il vezzo della nostalgia del passato, via Veneto, per chi la frequentava all’epoca sua più gloriosa che fu dagli anni Cinquanta alla metà degli anni Sessanta, è stata anche il simbolo, nel bene e nel male, di una Roma che usciva dalla guerra e dalla fame, di un Paese che aveva la volontà di ricostruire e di godere dei piaceri della vita. Sento ancora nel palato il sapore dolcemente amaro del primo bicchiere di baby (whisky Ballantine) che, era la fine degli anni Quaranta, assaporavo al bancone di Rosati in via Veneto con il premuroso barman Valentino. Si facevano le ore piccole, chiacchierando attorno ai tavolini dei caffè già chiusi mentre c’era la brezza del ponentino che allora rendeva tollerabile trascorrere il luglio e l’agosto a Roma. Via Veneto frequentata da attrici famose, come Lana Turner, da attori come Marlon Brando,  era balzata a notorietà internazionale subito dopo la guerra, anche perché gli ufficiali alleati che alloggiavano all’Excelsior e negli altri alberghi frequentavano l’Harry’s Bar, Rosati poi diventato Carpano e il Caffè Strega.

Chi ha letto L’Orologio di Carlo Levi sa come Roma visse quell’epoca del dopoguerra, con quanta effervescente vivacità e creatività. In via Veneto Rossellini ideò i suoi primi film, qui Mario Pannunzio con Franco Libonati e gli altri amici de “Il Mondo”, con Paolo Monelli e Vittorio Gorresio, discutevano di film, di libri, dell’ultimo romanzo di Moravia o delle battaglie politiche per la democrazia. Certo non basta trasformare gran parte di via Veneto in un’isola pedonale, far suonare ad un’orchestrina le musiche degli anni Sessanta (e perché no, quelle della fine degli anni Quaranta e degli anni Cinquanta) per restituirle quel tocco irripetibile, ma è anche significativo, in questo momento che rassomiglia psicologicamente a quell’epoca in cui da poco era finito un regime, il proposito di far rinascere questa strada che sembrava ormai abbandonata al degrado. Non ci si può certo illudere che, come per miracolo, ritornino i fantasmi di quel tempo. Erano i tempi in cui lo Scià, scappato dall’Iran dove doveva poi tornare fino alla rivoluzione komeinista, stava all’Excelsior con Soraya.

   Giovanni Russo

 

 

calamaio

 

 


6° CONFERENZA INTERNAZIONALE WIPC

Istanbul, 1-4 marzo 2006

Presso l’Hotel Armada di Istanbul si è tenuta dall’1 al 4 marzo la 6° Conferenza Internazionale dei Comitati Scrittori in Prigione (WiPC).

All’incontro hanno partecipato ben 91 scrittori provenienti dai seguenti paesi: Austria, Belgio, Canada, Cina Indipendente, Danimarca, Finlandia, Germania, Italia, Kurdistan, Olanda, Norvegia, Palestina, Pen Basco, Pen Catalano, Pen Quebec, Pen San Miguel de Allende (Messico), Pen Scozia, Pen Svizzera italiana, Pen Svizzera romanza, Pen Svizzera tedesca, Pen Sydney, Portogallo, Russia, Stati Uniti, Svezia e Turchia, più alcuni osservatori di associazioni per la tutela degli scrittori rifugiati.

Durante l’esposizione da parte dei vari Centri Pen dei programmi futuri da sviluppare nei prossimi tre anni, il Segretario Generale del Pen Club Italiano ha evidenziato l’esigenza di potenziare la Cattedra dei Diritti Umani dello Scrittore, illustrandone finalità e tematiche.
Nel corso dell’elencazione degli obiettivi si è, inoltre, ribadito la necessità di coinvolgere nei progetti le Istituzioni scolastiche e i giovani.

La Conferenza Internazionale ha vissuto due momenti di grande interesse: uno dedicato a interventi mirati su problematiche riguardanti la libertà d’espressione, l’altro indirizzato ad un approfondimento dell’attuale situazione in cui si trova la Turchia di oggi.

Particolarmente apprezzata è stata la relazione dello scrittore Yu Zhang (Independent Chinese Pen Center), che ha evidenziato la drammatica soppressione degli Internet Point nella Cina Popolare. La polizia postale controlla sistematicamente tutti gli accessi internet e interviene drasticamente, chiudendo i siti web e arrestando chiunque scriva contro il regime comunista.

Per leggere il documento integrale
relativo alla soppressione in Cina
degli "Internet point"

sferina
clicca la sferetta


Un altro tema toccato nel corso della conferenza internazionale è la famigerata questione delle vignette contro l’Islam pubblicate in Danimarca. È stata condannata la pubblicazione ritenuta oltraggiosa, ma sono stati anche condannati i provvedimenti presi nei confronti dei vignettisti. Da questa posizione di equilibrio è uscito un interrogativo sul quale è giusto riflettere: fino a che punto la libertà d’espressione non va a ledere il rispetto e la dignità altrui? È un argomento che andrebbe approfondito in una società che sta scivolando verso lo scontro di civiltà.

La parte riguardante la libertà d’espressione in Turchia e le leggi repressive è stata trattata nel corso di un dibattito, durato un’intera mattinata. Alla tavola rotonda hanno partecipato il traduttore Fatih Taş, l’avvocatessa Oya Aydin (assistente legale di scrittori perseguitati ed esperta sull’uso delle tortura), l’editore İsmet Berkan e l’avvocato Fikret İlkiz professore della Facoltà delle Comunicazioni presso l’Università di Istanbul.

La Conferenza Internazionale si è conclusa con un incontro con gli scrittori Vedat Türkali, Murathan Mungan e Elif Şafak, scrittrice di fama internazionale che ha parlato delle condizioni delle donne nell’attuale società turca.

Tra i personaggi di spicco era presente lo scrittore Mehmet Eşber Yağmurdereli, perseguitato e scarcerato perché divenuto cieco e grazie anche all’intervento del P.E.N.

La prossima conferenza dei Comitati degli Scrittori in Prigione si terrà a Glasgow (Scozia) nel 2008.

Istanbul, 4 marzo 2006

Emanuele Bettini
Segretario Generale P.E.N. Club Italiano


repet1
repert2

Vecdi Sayar (Pres.PEN Turchia) - Muge Gursoy Sokmen
(Pres. WiPC PEN Turchia)



repert3
Mehmet Esber Yagmurdereli (scrittore cieco detenuto e scarcerato per intervento del PEN) - Emanuele Bettini (Segretario Generale PEN italiano)

repert4
Alcuni partecipati alla Confernza WiPC
di Istambul 2006
Vedat Turkali (scrittore detenuto per circa 9 anni) - Elif Safak - Murathan Mungan

 

calamaio


Bari - Sabato 4 Febbraio 2006

Scuola Media Statale "L. Lombardi" - Ore 10,00
Movimento Internazionale "Donne e Poesia" - Ore 17,30


Presentazione del romanzo
di


ANTONIA ARSLAN
" La masseria delle allodole "
(Rizzoli, 2004)


P.E.N. CLUB ITALIANO
Conferenza di EMANUELE BETTINI



La libertà di espressione tra limiti e

nuove censure




Introduzione:

Anna Santoliquido: Responsabile Org. Centro-Sud

P.E.N. Club Italiano



Partecipazione:

Ugo Giovanni CASTORINA - Dirig. Scol. S.M.S. "L.

Lombardi"



Kegham Jamil BOLOYAN - Università di Lecce

Intervento:

Antonia ARSLAN - Scrittrice

Intermezzo musicale:

Cinzia MAURANTONIO

 

L'intervento di Emanuele Bettini
Segretario Generale P.E.N. Club Italiano



 


LA LIBERTÀ D'ESPRESSIONE TRA LIMITI E NUOVE CENSURE

In questi ultimi anni, caratterizzati da guerre, genocidi e terrorismo, si è parlato spesso di Libertà d'Espressione. Alcuni storici e molti politici sostengono che, mai come in questo periodo, la Società mondiale si è aperta al dialogo e alla tutela delle libertà individuali. I "portatori di pace" hanno scardinato con le armi feroci dittature, trasformando i popoli oppressi in gente libera, che può esprimersi, lavorare e costruire una nuova realtà. Ma le cose stanno veramente in questi termini?
Tentiamo insieme di percorrere, per quanto possibile, la mutazione genetica che ha subito la libertà d'espressione, trasformandosi da sogno di pochi in libertà "vigilata", ristretta quindi tra paletti di controllo, che nulla invidiano alle più feroci dittature. Vedremo, infatti, come la globalizzazione ha contribuito a far compiere un salto di qualità al sistema repressivo delle nuove dittature "democratiche". Le vecchie intercettazioni ambientali, tanto care al mondo dello spionaggio, sono diventate obsolete, soppiantate dal controllo satellitare delle persone e dalla intercettazione di tutto il traffico della posta elettronica. Su questo fronte si apre un ampio discorso, che affronteremo in seguito.

ASIA E ZONA DEL PACIFICO

Certamente l'intero continente asiatico e, in modo particolare il sud-est asiatico, è oggetto di un approfondito studio da parte delle democrazie occidentali. Le aree maggiormente a rischio sono:
CINA - La Cina comunista è la nuova potenza mondiale, che si sta affacciando sul panorama economico. In virtù dell'indotto portato dai traffici commerciali, l'Occidente tende a minimizzare la repressione in atto e le continue violazioni della Libertà d'Espressione. Il Governo cinese, da parte sua, si dimostra aperto verso una maggiore democrazia ma, quando qualche intellettuale rilascia interviste critiche (come avviene in ogni paese democratico) è subito arrestato. Pur accettando "ufficialmente" il cristianesimo, in Cina la libertà religiosa non esiste. Possiamo, quindi, affermare che in Cina esiste una libertà di facciata, molto attenta allo sviluppo economico, ma inconsistente sul piano intellettuale.
TIBET - Strettamente collegata alla Cina è la situazione del Tibet. In questa regione le truppe di Pechino hanno soffocato ogni forma di democrazia. Il Dalai Lama è stato costretto a rifugiarsi in India, dove vivono circa 100.000 tibetani. Nel frattempo è stato costituito in Governo provvisorio in esilio. La situazione è drammatica: ai tibetani è negato il diritto alla religione, alla lingua, all'istruzione e nel paese sono stati istituiti campi di lavoro rieducativi. Tutta l'informazione è monitorata.
VIETNAM - Dopo la Cina, il Vietnam è il paese comunista dove c'è uno dei regimi più cruenti. Esiste la pena di morte, si pratica la tortura e la persecuzione religiosa. Il Governo vietnamita ha il totale controllo dell'informazione e pratica il monitoraggio di tutto il flusso via internet. La corrispondenza e-mail è controllata e la polizia postale è in grado di rintracciare la pur minima notizia che esce del paese.
BIRMANIA - Si tratta di un'area fortemente a rischio e ignorata dall'informazione di massa. La repressione avviene in modo tradizionale nell'indifferenza dell'opinione pubblica mondiale.

ASIA CENTRALE ED EX IMPERO SOVIETICO

Particolare attenzione va riservata agli stati usciti dal dissolvimento dell'Unione Sovietica. Durante il regime comunista, gli intellettuali erano perseguitati e controllati a vista. Il partito infiltrava gli agenti del KGB nelle associazioni degli scrittori, controllando sistematicamente ogni notizia. La direzione del partito decideva chi arrestare e il percorso detentivo dei malcapitati (condanna al gulag, reclusione in manicomio o l'immediata eliminazione fisica per suicidio o assassinio per mano di un "pazzo" di turno).
Dopo la caduta del muro di Berlino e il conseguente disfacimento sovietico, nella Russia di Putin è avvenuta una svolta repressiva di qualità, meno cruenta ma altrettanto efficace. Gli scrittori sono apparentemente liberi di scrivere e di comunicare con i colleghi di altri paesi. In realtà, il Governo ha istituito una fittissima rete di controlli satellitari, per cui tutti i cittadini russi sono controllati nei movimenti e l'intera corrispondenza elettronica viene filtrata dai servizi segreti. Non dobbiamo dimenticare che la Russia ha aperto un contenzioso con la Cecenia, ritenendosi in guerra. Nel 2005 è stato creato un Centro P.E.N. ceceno, ma i suoi rappresentanti non hanno potuto partecipare al congresso mondiale che ratificava la creazione dell'associazione.
Un avvenimento significativo è stato l'organizzazione del congresso mondiale del P.E.N. tenutosi a Mosca nel 2000 sul tema "Libertà di critica - Critica della libertà". All'avvenimento hanno partecipato oltre 400 scrittori provenienti dalle varie parti del mondo. Ma la presenza dei servizi segreti si avvertiva pesantemente. È indicativo un episodio. Avevo chiesto un'intervista allo scrittore dissidente russo Grigory Pasko. Nel corso della conversazione gli avevo posto una domanda sul controllo satellitare degli e-mail. Pasko non mi ha risposto ma, improvvisamente, si è messo a parlare l'interprete. Chi era in realtà l'interprete?
Un sistema di controllo più grossolano della Libertà d'Espressione è quello usato negli altri stati delle ex repubbliche socialiste: Azerbaijan, Bielorussia, Georgia, Kazakhistan, Turkmenistan, Ucraina, Uzbekistan. In questi paesi la persecuzione e la censura avvengono ancora in modo tradizionale, mediante l'assassinio del personaggio interessato.
Va, infine, rilevato il caso dell'Afghanistan. Dopo la caduta del Governo dei Talebani, si pensava che fosse arrivata la Libertà d'Espressione e a Kabul era stata aperta una libreria. Ultimamente, il nuovo Governo è intervenuto contro gli scrittori Alì Mohaqiq Nasab e Asne Seierstad. Allora la guerra non è servita a nulla? Il percorso della democrazia e della libertà è ancora lungo e difficile.


EUROPA

Quando si parla di Europa bisogna tenere conto che la Comunità Europea è tecnicamente più evoluta, mentre gli stati dell'Est svolgono un'attività di controllo di tipo tradizionale (intercettazioni telefoniche, appostamenti ecc.). L'Inghilterra, dopo l'11 settembre 2001, ha attivato il controllo satellitare, ed anche l'Italia si è adeguata con le nuove leggi sull'antiterrorismo. Questo significa che sono intercettate tutte le comunicazioni telematiche. Esse sono rielaborate secondo criteri di precedenza/rischio, sono individuati i server e identificati i mittenti.
Un particolare sul quale è giusto riflettere è la censura e i nuovi limiti di Libertà d'Espressione imposti negli stati sorti dalla disgregazione della ex Jugoslavia. Si sono verificati casi in Slovenia (Breda Smolnikar), Croazia (Predrag Matvejevic, condannato per aver definito Franjo Tudjman un "talebano") e Serbia/Montenegro (Vladimir Mitric, giornalista del Vecernje Novisti, aggredito da sconosciuti il 12 settembre 2005 per i suoi articoli critici; Milos Vasic, Zeljko Cvijanovic e Jovica Krtinic (finiti sotto inchiesta per articoli critici; casi attualmente chiusi)
Va, inoltre, ricordata la questione basca. Il Governo di Madrid, pur condividendo l'autonomia amministrativa della Province Basche, ne boicotta gli scrittori, chiudendo testate giornalistiche ed accusando di terrorismo gli intellettuali che chiedono autonomia politica e culturale. È il caso Xabier Alegria e di Martxelo Otamendi, quest'ultimo è stato anche torturato dalla Guardia Civil.
Un caso a parte, di cui oggi si discute molto e che divide l'opinione pubblica, è la Turchia.
Dopo la Cina e la Russia, la Turchia è il paese maggiormente incriminato.In questo stato, governato da un partito islamico, opera da anni un Centro P.E.N. Il fatto paradossale è che una parte di scrittori è perseguitata, arrestata e condannata. È sufficiente parlare della questione armena o del problema curdo per essere incarcerati e processati: vedi lo scrittore Orhan Pamuk, che ha parlato del genocidio degli armeni nel 1915 ed è sotto processo. La Turchia sta per entrare in Europa, ma si presenta con un biglietto da visita macchiato di sangue e torture.. C'è da chiedersi se i nuovi limiti siano i vecchi fantasmi e dove possa arrivare una Società che censura guardando al passato. Dove sta, dunque, la verità e la conservazione della memoria storica?

MEDIO ORIENTE E PAESI ARABI

Quando si parla del Medio Oriente e del mondo arabo, bisogna tenere presente che gli Arabi sono all'avanguardia per la gestione delle nuove tecnologie. Basti citare il controllo satellitare della posta elettronica esercitato dalla Tunisia, Algeria, Marocco, Egitto, Iran, Arabia Saudita e Israele. In tutti questi paesi, ma anche in Iraq, Siria, Libano, Giordania, Emirati Arabi, senza omettere la Libia, la repressione della Libertà d'Espressione è esercitata sia in modo tradizionale sia sul piano tecnologico. Una prerogativa degli stati arabi è la pressione esercitata sui famigliari e amici d egli scrittori. Citiamo degli esempi: Mohamed Magani (Algeria), Sihem Benzedrine (Tunisia), Younis Tawfik (Irak). Per tutti è stata esercitata la pressione psicologica sui famigliari. Essi possono circolare liberamente e parlare, ma sono in "libertà vigilata" e ogni loro mossa può ritorcersi contro la famiglie e gli amici. Il Governo del Presidente tunisino Ben Alì apparentemente si dimostra aperto ed evoluto, in realtà controlla tutti i giornali web, arresta i giornalisti, gli intellettuali e gli scrittori che immettono in rete notizie critiche sull'apparato statale.
Concludiamo questa analisi dando uno sguardo alle Americhe che, pur lontane nello spazio dalla realtà europea, hanno un peso determinante sulla limitazione e sulla censura della Libertà d'Espressione.

STATI UNITI

Apparentemente gli Stati Uniti sono un paese in cui la Libertà d'Espressione è rispettata. In realtà, con le leggi sull'antiterrorismo, esistono dei forti limiti sulla divulgazione di notizie critiche. Basti pensare alle note su Guantanamo o sull'uso di armi nucleari tattiche (Uranio impoverito) nei territori della ex Jugoslavia (Bosnia, Serbia) e nella Guerra del Golfo.

AMERICA LATINA

Nel vasto e variegato panorama dell'America Latina ci sono due realtà sulle quali è bene porre l'attenzione.
- MESSICO - La Repubblica Messicana, uscita da 70 anni di comunismo, è ora governata dal presidente filoamericano Vicente Fox. Ma il paese è sotto il controllo spietato della mafia e dei narcotrafficanti che, risalendo dalla Columbia, portano la droga negli Stati Uniti passando lungo la costa del Pacifico. I governi territoriali fanno a gara nell'organizzare manifestazioni culturali e fiere letterarie. Ricordiamo la Fiera Internazionale del Libro di Città del Messico e di Guadalajata. Esistono, inoltre, ben tre Centri P.E.N. (Città del Messico, Guadalajara e San Miguel de Allende). Nel 2001, proprio a San Miguel de Allende, è stata organizzata la Conferenza Internazionale degli Scrittori in Prigione. Fin qui tutto è regolare, ma se qualche autore scrive libri o articoli, che vanno a toccare gli interessi della mafia o di alcuni politici, viene assassinato per la strada. L'aspetto drammatico dell'intera questione è il problema dell'impunità. La magistratura e gli inquirenti si trovano nell'incapacità di far rispettare la legge, perché i mandanti degli omicidi sono coperti da forti protezioni. Il paradosso messicano è che uno scrittore può parlare liberamente dove e quando vuole, senza che nessuno lo arresti o lo contesti. Tuttavia, nel giro di poco tempo, gli viene teso un agguato mortale. Un altro metodo, usato in Messico per limitare la Libertà d'Espressione, è l'accusa di narcotrafficante, che, di fatto, porta all'arresto del malcapitato.Oltre a questi aspetti, la polizia segreta controlla gli intellettuali che hanno idee contrarie al Governo. Non si possono scrivere testi sul Movimento Zapatista e sulla repressione militare nel Chapas. Chi si avventura su questa strada rischia il carcere per attività sovversiva o viene ucciso da "sconosciuti" di cui non si saprà più nulla.
- CUBA - Il regime comunista cubano opera a 360° e attiva contemporaneamente tutte le forme più disparate di controllo della Libertà d'Espressione: repressione poliziesca, carcere duro, pena di morte e controllo di tutta l'informazione cartacea e web del paese. Gli arresti di giornalisti web e scrittori sono all'ordine del giorno. Eppure il Governo cubano promuove iniziative culturali, organizza festival letterari, musicali e rassegne di pittura. La Repubblica Socialista Cubana partecipa ufficialmente ad incontri letterari, ostentando autori di prim'ordine, ma è tutto apparato di regime. Attraverso le associazioni culturali filocubane operanti nei paesi occidentali, il Governo castrista controlla a vista gli intellettuali che svolgono attività contrarie al regime.
A conclusione di questa breve analisi sulla limitazione della Libertà d'Espressione, possiamo affermare che la persecuzione degli scrittori è diventata sostanzialmente meno cruenta, ma più subdola. Gli scrittori, i giornalisti e gli intellettuali sono meno censurati pubblicamente, ma sono indotti all'autocensura. Molti autori preferiscono limitare i contenuti dei loro scritti per non essere perseguitati e, soprattutto, per non danneggiare le loro famiglie e gli amici. Nel mondo occidentale esiste una variante di autocensura, che impedisce agli scrittori di esprimersi liberamente. È la mancanza di spazi e l'indifferenza. Diversi scrittori godono apparentemente della massima libertà; possono scrivere quello che vogliono, non sono perseguiti se non in casi eccezionali che riguardano la sicurezza nazionale, possono frequentare gli ambienti pubblici e parlare ovunque. All'occhio del profano tutto potrebbe sembrare regolare, in realtà non è così. A questi scrittori, con idee diverse da chi gestisce il potere, vengono tolti gli spazi pubblicitari, i loro libri non sono recensiti e le loro conferenze non sono pubblicizzate. Per loro diventa difficilissimo far ascoltare la loro voce, pertanto, vengono ridotti al silenzio. Se vogliono sopravvivere, ma è una soddisfazione amara, devono "normalizzarsi", passando attraverso l'autocensura. Solo in questo caso saranno "ufficialmente" vivi, ma non più liberi d'esprimersi.
Un'altra grave motivazione, che porta inevitabilmente all'autocensura, è il controllo satellitare delle persone e di tutti i loro mezzi di comunicazione privata. Con l'uso dei satelliti militari, gli stati sono in grado di seguire in tempo reale gli spostamenti se soggetti "a rischio". Con il satellite è persino possibile leggere i titoli dei giornali portati sottobraccio e le targhe delle vetture in movimento. Ciascuno di noi può essere controllato in ogni momento della giornata. Infine, grazie alla globalizzazione e alle apparecchiature elettroniche, possono essere intercettate nei dettagli tutte le telefonate da linea fissa, da rete mobile, i messaggi SMS e l'intera corrispondenza elettronica. Considerando l'efficacia di questi strumenti di controllo, ne deduciamo che gli scrittori, socialmente impegnati, sono indotti ad autocensurarsi per non incappare nelle reti di controllo, che potrebbero compromettere seriamente la loro autonomia.
A chiusura delle nostre riflessioni, dobbiamo denunciare il paradosso dell'intolleranza di alcuni ambienti islamici verso scrittori appartenenti a culture diverse. È il caso di Oriana Fallaci, che è finita sotto processo, nel suo paese di tradizione cristiana, per essersi espressa negativamente nei confronti dell'Islam. Nel mondo musulmano è in corso una campagna d'odio contro la scrittrice italiana, campagna che potrebbe portare a rischiose conseguenze per la sua stessa incolumità. Ci chiediamo dove stia la tanto vantata Libertà d'Espressione. Ci chiediamo, anche, quale possa essere il prezzo da pagare per altri liberi scrittori come Magdi Allam, fortemente critici verso l'intransigenza di chi predica l'odio e la violenza.
Ciò che è scritto in questa relazione è solo la punta di un iceberg, che sta affiorando e con il quale dovremo fare i conti nel secolo che è appena incominciato.




Rassegna stampa

Da

QUOTIDIANO DI BARI
Cultura & Spettacoli

"Libertà di espressione e genocidio armeno"

Ettore Catalano - Antonia Arslan - Anna Santoliquidio - Emanuele Bettini

 

Emanuele Bettini - Antonia Arslan - Anna Santoliquido - - Kegham Jamil Boloyan

 

Da

LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO
Cultura & Spettacoli

"La memoria degli armeni in Puglia"

 

Emanuele Bettini - Antonia Arslan - Anna Santoliquido


 

 

 


 

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