Le
minacce alla libertà d'informazione e di pensiero
Relazione
di Elda Torres
"Il
primo nemico della parola è il rumore. L'ira degli imbecilli
ci sovrasta."
La presentazione,
nella Sala dei Dugento di Palazzo Vecchio, del volume Rapporto sul
giornalismo nel mondo tra libertà e persecuzione 2001-2002,
a cura di Emanuele Bettini e Anna Antolisei, edito dal P.E.N. Club
in collaborazione con il Premio Max David, è stata l'occasione,
alla presenza dell'Assessore alla Cultura del Comune di Firenze dottor
Siliani, per un punto di approfondimento sullo stato attuale dell'informazione
nel mondo, nelle dittature come nei paesi detti democratici. La serata
voluta dal P.E.N. Club
ha visto grande partecipazione di pubblico.
Il volume dimostra, cifre alla mano, come la condizione della crisi
sia diffusa per aree geografiche, dall'Albania, la Turchia, Bielorussia,
Turkmenistan, Ucraina, all'Algeria, Marocco, Tunisia, sino alla Cina
dove le autorità hanno fatto chiudere negli ultimi tempi più
di 2000 internetCaffè. In Asia come in Africa, i dati globali
dicono che quasi duemila sono stati gli attacchi contro la stampa
nell'anno trattato, tra arresti, uccisioni, aggresioni e altri casi
di violenza. Distribuiti ovunque, anche nelle Americhe, nella sola
Columbia 10 casi di giornalisti uccisi, con alta percentuale di giornalisti
detenuti nell'area asiatica dell'Iran, Burna, Cina, Nepal. Il fenomeno
sfiora l'area europea, la quale opinione pubblica è alle prese
con mille questioni interne, e la questione dei media non è
di poco conto, dal momento che sono strategici, in tempi di guerra
quali quelli in corso.
Il fenomeno va ben al di là della guerra in atto in Iraq, è
un tema decisivo per la qualità della libertà e democrazia
in ogni parte del mondo. Così ha esordito l'Assessore Siliani.
Il Comune, ha poi precisato, sta aderendo ad un progetto, realizzato
con il parlamento degli scrittori, per offrire ospitalità e
accoglienza a un giornalista, scrittore, o intellettuale, perseguitato
nel proprio paese, il progetto è in fase di definizione in
collaborazione con altri organismi.
Cosa
mostrare e come?
Come ben dimostra la discussione in progress sulla stampa, di oggi
l'opinione di Canfora sui media mascherati, le notizie sulla
via cavo della Fox, alcuni saggi nel volume La paura e l'arroganza
a cura di Cardini, ci si interroga da più parti sulla qualità
dell'informazione in atto e questo riguarda ormai ogni zona del mondo
sia per la presenza di regimi dittatoriali sia di grandi concentrazioni
editoriali vedi quella di Mardok o altre similari. La libertà
di espressione sembra avere molti adepti pubblici, in realtà
risultano in pochi poi a praticarla davvero. La figura del giornalista
ha, nel corso del 900 sino all'attualità, assunto varie tipologie: 1-cane da guardia rispetto agli abusi del potere, 2-cagnolino
da salotto scodinzolante dietro al potere, 3- cagnaccio da
cortile che abbaia.
Riguardo i giornalisti in guerra, i pericoli sono molti : da un lato
la contiguità con le forze armate, dall'altro l'arrischiarsi
al di fuori senza alcuna protezione. Va tenuta alta la questione circa
la discussione sulla qualità della stampa, tutti sono d'accordo
nell'affermarlo, visto l'uso di notizie scorporate dalle immagini,
con montaggio successivo di parole e testo. Tale questione non è
affatto marginale.
Morfologia
dell'infamia
Il poeta fiorentino Mario Luzi, Presidento Onorario del P.E.N.
Club, dice sconfortato di essere indignato per la condizione della
libertà del giornalista e dello scrittore, allo stato attuale
delle cose nel mondo. Parla del 900 e dell'età attuale come
di tempo contradditorio con decorose dichiarazioni da un lato e indecorose
ipocrisie dall'altro.C'è come una caduta dell'uomo, una morfologia
dell'infamia, la libertà dell'intellettuale riguarda invece
solo la sua coscienza e nient'altro: occorre escludere ogni forma
di patteggiamento con il potere, altrimenti l'ipocrisia avrà
il suo trionfo, dunque bisogna essere vigili e svegli. Il P.E.N.,
dice Luzi, ha sempre vigilato e a volte ha potuto far qualcosa, altre
volte solo denunciare. Luzi ricorda poi che l'anno scorso, per iniziativa
della regione Toscana, è stato redatto un Dizionario della
Libertà. Solo essendo già liberi si può progredire
nella libertà, afferma, liberandosi da passioni e pregiudizi,
e la libertà non è disgiunta dalla giustizia, anche
se si assiste purtroppo alla corruzione e mistificazione di ogni concetto
umano. Ricorda Luzi che sotto il fascismo si diceva che si era liberi
nel fascismo, o meglio che si sceglieva il fascismo per essere più
liberi.
La
libertà di stampa esiste ancora o è già all'asta?
E' stata la questione posta da Lucio Lami, scrittore e giornalista,
attuale presidente del P.E.N. Club. Ricorda che Amnesty International
è stata fondata da un socio del P.E.N. e che solo nell'arco
di un anno, dal luglio 2001 al luglio 2002, 600 sono stati i giornalisti
uccisi e 60 i presunti, e questo non solo nei paesi in guerra ma ovunque
nel mondo. Nei paesi in pace, l'oppressione della libertà di
stampa procede con lo sviluppo tecnologico dei media. C'è stato
un debutto del giornalismo in tempo reale, ma i corrispondenti dalla
prima linea sono sorvegliati, non possono dir nulla che non sia stato
preventivamente approvato, dal momento che hanno dovuto firmare un
decalogo.Questo è un tema da meditare. La libertà di
espressione è un diritto cardine dove ci sono molti difensori
ufficiali ma in pratica pochissimi praticanti reali. L'informazione,
prosegue Lucio Lami, viene incanalata nei paesi in guerra ma anche
in paesi come il nostro. Ci sono agenzie infatti dove si vendono le
immagini e solo dopo vengono messe le parole, la notizia virtuale
viene spacciata per vera, la notizia precotta viene poi malamente
veicolata con la pubblica opinione non ha ancora capito la gravità
della situazione.
Altro problema è la notizia macabra che diventa spettacolo,
l'ipertecnologia usata in modo demenziale, un'informazione traviata
perchè proviene da un incontro tra ipertecnologia e caduta
di deontologia professionale, dal momento che oggi domina anche in
questo campo la legge del mercato, un business di pochi produce l'informazione
di tutti.
La soluzione sarebbe restaurare il rispetto per la pubblica opinione
e di mettere davvero il cittadino in condizione di essere informato
correttamente, ma nella realtà tutti collezionano bufale. Lami
è stato netto: l'informazione non può essere fatta per
produrre ricchezza ma per creare un'opinione pubblica sana e questo
è un problema che riguarda le dittature di destra e di sinistra
ma anche le democrazie, dove si tende a giustificare, con il patriottismo
o ragioni mercantili, la manipolazione; il business richiede infatti
che i giornalisti ci siano, siano presenti ma manipolati dal regime
ospitante. Assistiamo ad un' attualità che viene presentata
come fosse pubblicità, come spot, con il conseguente atteggiamento
del chi se ne frega se sono frottole.
Il
primo nemico della parola è il rumore
Lo scrittore non vive nelle nuvole, dice Giorgio Calcagno,
ma nel fuoco della controversia. Alla radice della guerra c'è
una realtà che ci riguarda tutti e che governa il mondo: è
il rifiuto della parola. Nasce da qui l'intolleranza che diventa prepotenza.
Barnabos nel '38, in I grandi cimiteri sotto la luna, scriveva: quello
che mi fa paura è l'ira degli imbecilli . Oggi assistiamo allo
scatenarsi di questa ira che è ancora più pericolosa
di prima perchè gli strumenti sono ancora più terribili
di quelli di allora. Gli imbecilli nascono nelle dittature come nelle
democrazie che non sono affatto esenti dal fenomeno.
Se si dovesse fare un confronto tra il '38 e il 2003, ha affermato
Calcagno: "direi che oggi nessun Barnabos ha parlato, mi chiedo
se non esiste nessun Barnabos al momento presente, ma se ci fosse
sarebbe di certo ridotto al silenzio. Oggi da noi, in democrazia,
basta togliere il microfono o non darlo affatto. La parola è
poi soffocata con il carcere, la tortura, nelle dittature; ma anche
con strumenti più subdoli, ma non meno prepotenti, nelle democrazie.
Un business che alimenta se stesso."
L'800 era pieno di sopraffazione, ma questa non era nei confronti
degli scrittori, afferma Calcagno. Oggi possediamo tanti strumenti
utili, nati per favorire la comunicazione e che diventano strumenti
o luoghi per negare la comunicazione. Qualche esempio: la televisione
che spegne la conversazione in famiglia, o la discoteca, luogo che
nasce per favorire gli incontri dove però il rumore è
talmente forte che non si riesce a scambiare una parola, lo stesso
computer o il cellulare pongono problemi di relazione. Se Bill Gates
esulta per la morte del libro, io penso, dice Calcagno, che il nemico
più subdolo è il rumore assordante della finta parola.
L'industria culturale dell'usa e getta, trabocca di libri di parole
che non resteranno nel tempo, mentre autori solidi come Berto o Piovene
non sono più in libreria, scacciati dalle parole inutili, in
televisione i maitres a penser non entrano, al massimo qualche brillante
sociologo, il pensiero libero dà molto fastidio mentre l'unica
ricchezza per noi resta quella della parola e non c'è libro,
conclude Giorgio Calcagno, se non c'è scrittore libero.
Un
senso di responsabilità che ci investe
dice Younis Tawfik. Sino ad una certa epoca, ho visto la dittatura,
per 20 anni ho vissuto solo questo e dunque tutto sembrava nella norma,
negli anni dal '68 al '73 l'Iraq cercava di barcamenarsi tra ignoranza,
analfabetismo altissimo, e altri problemi; poi il potere si è
impossessato di tutto il paese, anche delle anime delle persone. Per
i contadini, operai, come nel campo della sanità, tutto sembrava
andare bene grazie a lui, Saddam, che veniva osannato da molti poeti
della mia generazione, che intanto diventavano ricchissimi lodando
il presidente. Io volevo scrivere qualcosa che andasse al di là
delle lodi al presidente o di un amore che esulasse da quello per
la patria. Le regole che c'erano, erano di censura.
Ho vinto un premio una volta e sono andato a conoscere Saddam, che
mi guardò sino alle ossa, provai terrore e chiesi di partire
per l'Italia. Avevo avuto un professore italiano, cristiano, che conosceva
inglese, francese, arabo, e italiano appunto. Tramite lui potevo comprare
libri a mercato nero. Aveva una ossessione per la Divina Commedia.
La passione per la letteratura la debbo a lui. Fu per questo che riuscii
a convincere mio padre e venni in Italia nell'83 a imparare l'italiano
e conoscere la Divina Commedia. Dopo 4 anni tornai in Iraq perchè
mio padre morì. Scoprii una realtà tragica e capii fino
in fondo la terribilità del regime. Solo chi ha vissuto sotto
una dittatura può davvero sapere, forse.
Younis, esule iracheno continua a raccontare: "Restai un mese
e tornai via. Certo ho nostalgia, quando penso agli occhi di mia madre
vorrei tornare. Manco da 20 anni ormai. Mi sento responsabile delle
ultime vicende, non volere stare né con Saddam, né con
Bush, essere contro la guerra, ma mi rimprovero di non avere combattuto
contro il regime, se in tanti avessimo voluto la libertà."
Due, tre cose, dice ancora Tawfik, sono compito dei giornalisti e
scrittori: fare tutto il possibile per impedire la morte delle libertà
e democrazia proprio in Occidente. Poi la situazione in Irak, dove
per 30 anni Saddam ha avuto mano libera, ora se il popolo in questo
primo momento non si è sollevato, questo nasce forse per l'abbandono
di 13 anni fa. E poi non si può portare democrazia con metodi
sbagliati. Ma io ringrazio di cuore l'Italia di poter vivere qui,
ha concluso lo scrittore esule.