Gli EVENTI del 2003



Torino, 17 ottobre 2003
il P.E.N. Club Italiano ed il Convegno dal titolo

" Le donne nella scrittura tra libertà di espressione e persecuzione "






Da sinistra: Ferinanda Vigliani - Julia Dobrovol'skaja - Lucio Lami -
Anna Antolisei -Emanuele Bettini - Sihem Bensedrine - Edoardo Greppi




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Durante il Convegno:

- Benvenuto di Anna Antolisei, responsabile Sezione di Torino del P.E.N. Club Italiano - Adviser WiPC - Saluti ai partecipanti dell'Assessore alla Cultura della Regione Piemonte dr. Giampiero Leo
- Saluti della dr.ssa Giovanna Tangolo: Assessorato alla Solidarietà Sociale, Pari Opportunità, Politiche Giovanili della Provincia di Torino
- Saluti del Rappresentante del Comune di Torino, prof.
- Saluti della prof.ssa Maria Paola Azzario Chiesa: Presidente del Centro UNESCO di Torino, Segretaria Generale per l'Italia del "Forum delle Donne del Mediterraneo"
Introduzione al tema:
Il Presidente del P.E.N. Club Italiano dr. Lucio Lami
Il Segretario Generale dr. Emanuele Bettini, responsabile WiPC Italiano (Writers in Prison Committee)

Relazioni di:
- M.me Sihem Bensedrine* - Giornalista e scrittrice (Tunisia)
- Julia Dobrovol'skaja - Autrice, docente di Lingua e Letteratura italiana a Mosca
- Professor Edoardo Greppi - Straordinario di Diritto Internazionale; Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Torino
- Dr.ssa Ferdinanda Vigliani - Vice Presidente del "Centro Studi e Documentazione del Pensiero Femminile"
- Lettura della relazione di M.me Laurence Deonna* - Giornalista e scrittrice (Svizzera)

Conclusioni e saluti.


* Traduzione simultanea
Comitato organizzatore del Convegno: Anna Antolisei - Carlo Grande - Anna Gribaudo

 




 


Invitate dalla Sezione torinese del P.E.N. Club Italiano, hanno portato la loro testimonianza la giornalista algerina Sihem Bensedrine
e la prof.ssa Julia Dobrovol'skaja, docente di Lingua e Letteratura Italiana a Mosca.
Si è data lettura di parte della Relazione inviata da M.me Laurence Deonna, giornalista e scrittrice svizzera

Sihem Bensedrine

E' giornalista e collabora da anni a numerose pubblicazioni nazionali e soprattutto internazionali.
E' stata, fino all'aprile del 2003, Portavoce del "Consiglio Nazionale per le Libertà in Tunisia": è proprietaria e direttore della casa editrice "Aloès" e direttore della rivista "Kalima" (censurata in Tunisia).
E' altresì Segretaria Generale dell'OLPEC (Osservatorio per la Difesa della Libertà di Stampa, Editoria e Creatività) associazione affiliata a Reporter Senza Frontiere, nonché Portavoce del "Comitato Nazionale per la libertà in Tunisia."
E' stata insignita del Premio Sakharov 2002.
Attivista nella difesa della libertà di stampa e dei diritti umani, Sihem Benzedrine è perseguitata da anni dalla polizia tunisina.
Nella primavera del 2001, sulla rete televisiva Al Mustaquillah, fece una relazione sul tema della tortura nelle carceri e sulla corruzione in Tunisia.
Le autorità del Paese l'arrestarono e fu detenuta per 47 giorni in attesa di essere processata. Al suo rilascio, dopo una sentenza di primo grado che la condanna a numerosi anni di carcere, Sihem Benzedrine continua la sua campagna per la reale democrazie nel suo Paese denunciando l'iniquità delle leggi e dei tribunali tunisini e la durezza disumana del sistema carcerario.

Julia Dobrovol'skaja

Nata in Russia, dal 1982 è cittadina italiana.
Traduttrice di narrativa italiana in russo (Sciascia, Parise, Moravia, M. Venturi, Rodari, ecc.), è altresì docente di Lingua e Letteratura italiana a Mosca, autrice di un Corso pratico di lingua italiana (Mosca, 1964, 1999, 2003), di Dizionari italiano-russo, russo-italiano (Mosca, 6.a ed. 1980), di "Il russo per italiani" (Cafoscarina, 1988, 1991, 2001), dell'Abc della traduzione (Cafoscarina, 1993, 1997, 2002), de "Il grande dizionario italiano russo, russo italiano" (Hoepli, 2000).
Ha curato la traduzione di libri russi per Adelphi, Tartaruga, Tranchida , l'An-cora.
Docente di lingua russa presso le università di Trieste, Trento, Milano, Venezia (1983 - 2003).
È stata insignita (1976, 1987) del Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri d'Italia.
Vive a Milano.


Laurence Deonna
(Per leggere la Relazione, clicca la bandiera)

In lingua francese

E' nata e vive a Ginevra. E' scrittrice e reporter. Da quasi 30 anni esplora tutti i continenti, in particolare il Medio Oriente, dallo Yemen all'Iran e le ex repubbliche sovietiche dell'Asia centrale . Grande viaggiatrice, è una delle più importanti e note specialiste del mondo femminile nell'Islam.
Scrive per un gran numero di giornali, agenzie di stampa e riviste e per l'emittente televisiva britannica "Frontline Television". Anche fotografa, espone le immagini dei suoi viaggi professionali in numerosi Paesi.
E' stata probabilmente la sola giornalista straniera ad essere entrata nelle prigione politica di Evin a Teheran, in Iran, e ad averla fotografata già nel 1984, al tempo di Khomeini e della guerra contro l'Irak.
Altrettanto impegnata sul fronte della Pace e dei Diritti dell'Uomo, è stata insignita del "Premio UNESCO 1987 per l'Educazione alla Pace" per il suo libro "La Guerre à deux voix" (La Guerra a due Voci), nel quale raccoglie le opinioni ed i commenti sulla guerra espressi dalle donne israeliane ed arabe. Sono state tratte da questo libro diverse pièces teatrali ed anche un film documentario.
Laurence Deonna è attualmente Presidente della Sezione Svizzera di "Reporters sans Frontières" (RSF).

 




A Firenze, venerdi 4 Aprile 2003 nel Salone de' Dugento di Palazzo Vecchio, si è tenuto il convegno dal tema:

"LA LIBERTA' DELLO SCRITTORE E DEL GIORNALISTA
DI FRONTE AL TERRORISMO O ALLA GUERRA"

Sono intervenuti il poeta Mario Luzi e gli scrittori Giorgio Calcagno, Lucio Lami (Presidente del P.E.N. Club), Yunis Tawfik (esule iracheno) e Francesco Carrassi (Direttore de LA NAZIONE) nella veste di moderatore. Ha introdotto l'Assessore alla Cultura dottor Siliani

Nell'occasione è stato presentato il "Rapporto del P.E.N. Club sui duemila giornalisti perseguitati o uccisi nell'ultimo anno".




4 aprile 2003: Firenze, Pallazzo Vecchio - Salone de' Dugento

Riportiamo qui un estratto dell'intervento di Mario Luzi, Presidente Onorario del P.E.N. Club Italiano
Subito sotto, la relazione di Elda Torres.

Mettere o cercare di mettere a fuoco qui le proprie antiche ragioni e le proprie attuali preoccupazioni credo che sia tutt'altro che casuale, sia perfino significativo.
Il tema che è stato scelto per l'incontro di quest'anno è la libertà: e cioè il principio stesso su cui si fonda il PEN Club; e per la cui affermazione e per il cui rispetto si è principalmente impegnato in tutto il tempo, oramai lungo, della sua esistenza. Che è un tempo a questo proposito molto contraddittorio di grandi e decorose dichiarazioni e di grandi e molto indecorose ipocrisie. Esaltazione e offesa del principio di libertà, sono andate, direi, a pari passo nel travagliato secolo ventesimo. Il PEN ha vigilato perché il mondo della cultura subisse il minor danno dal fortunoso e accidentato percorso: nei suoi istituti e nei suoi singoli attori.
Talvolta ha potuto fare bene e con successo, altre volte non ha potuto invece se non denunziare scandalose trasgressioni di fatto, iniquità, violenze vere e proprie, limitazioni pretestuose o esplicite non solo del principio, ma persino dell'indipendenza personale degli intellettuali.
L'anno scorso, per iniziativa della Regione Toscana, fu redatto un Dizionario della Libertà a cui collaborarono eminenti scrittori di ogni Paese. Di quel volume mi fu chiesto di scrivere la prefazione. Il senso finale di quel breve scritto è che solo essendo già potenzialmente liberi si impara a desiderare la libertà e si cerca di raggiungerla. La libertà dunque è un infinito perché c'è sempre un limite o una servitù da superare, inclusi i nostri medesimi. Siamo sempre nella condizione di liberti che devono progredire nella libertà liberandosi dalle cieche passioni e dai pregiudizi.
Dico dalle nostre passioni, dai nostri pregiudizi perché anche i valori imperativi della nostra coscienza, come quello di giustizia a cui il principio di libertà inevitabilmente si associa, non sono neppure essi assoluti. La libertà, insomma, è una scuola dove bisogna andare per imparare a volerla e in cui la lezione è ininterrotta. Chi mette su questa scuola è la natura stessa dell'Uomo se non è stata inumanamente soppressa dall'individuo.

Mario Luzi





Le minacce alla libertà d'informazione e di pensiero

Relazione di Elda Torres

"Il primo nemico della parola è il rumore. L'ira degli imbecilli ci sovrasta."


La presentazione, nella Sala dei Dugento di Palazzo Vecchio, del volume Rapporto sul giornalismo nel mondo tra libertà e persecuzione 2001-2002, a cura di Emanuele Bettini e Anna Antolisei, edito dal P.E.N. Club in collaborazione con il Premio Max David, è stata l'occasione, alla presenza dell'Assessore alla Cultura del Comune di Firenze dottor Siliani, per un punto di approfondimento sullo stato attuale dell'informazione nel mondo, nelle dittature come nei paesi detti democratici. La serata voluta dal P.E.N. Club ha visto grande partecipazione di pubblico.
Il volume dimostra, cifre alla mano, come la condizione della crisi sia diffusa per aree geografiche, dall'Albania, la Turchia, Bielorussia, Turkmenistan, Ucraina, all'Algeria, Marocco, Tunisia, sino alla Cina dove le autorità hanno fatto chiudere negli ultimi tempi più di 2000 internetCaffè. In Asia come in Africa, i dati globali dicono che quasi duemila sono stati gli attacchi contro la stampa nell'anno trattato, tra arresti, uccisioni, aggresioni e altri casi di violenza. Distribuiti ovunque, anche nelle Americhe, nella sola Columbia 10 casi di giornalisti uccisi, con alta percentuale di giornalisti detenuti nell'area asiatica dell'Iran, Burna, Cina, Nepal. Il fenomeno sfiora l'area europea, la quale opinione pubblica è alle prese con mille questioni interne, e la questione dei media non è di poco conto, dal momento che sono strategici, in tempi di guerra quali quelli in corso.

Il fenomeno va ben al di là della guerra in atto in Iraq, è un tema decisivo per la qualità della libertà e democrazia in ogni parte del mondo. Così ha esordito l'Assessore Siliani. Il Comune, ha poi precisato, sta aderendo ad un progetto, realizzato con il parlamento degli scrittori, per offrire ospitalità e accoglienza a un giornalista, scrittore, o intellettuale, perseguitato nel proprio paese, il progetto è in fase di definizione in collaborazione con altri organismi.

Cosa mostrare e come?

Come ben dimostra la discussione in progress sulla stampa, di oggi l'opinione di Canfora sui media mascherati, le notizie sulla via cavo della Fox, alcuni saggi nel volume La paura e l'arroganza a cura di Cardini, ci si interroga da più parti sulla qualità dell'informazione in atto e questo riguarda ormai ogni zona del mondo sia per la presenza di regimi dittatoriali sia di grandi concentrazioni editoriali vedi quella di Mardok o altre similari. La libertà di espressione sembra avere molti adepti pubblici, in realtà risultano in pochi poi a praticarla davvero. La figura del giornalista ha, nel corso del 900 sino all'attualità, assunto varie tipologie: 1-cane da guardia rispetto agli abusi del potere, 2-cagnolino da salotto scodinzolante dietro al potere, 3- cagnaccio da cortile che abbaia.
Riguardo i giornalisti in guerra, i pericoli sono molti : da un lato la contiguità con le forze armate, dall'altro l'arrischiarsi al di fuori senza alcuna protezione. Va tenuta alta la questione circa la discussione sulla qualità della stampa, tutti sono d'accordo nell'affermarlo, visto l'uso di notizie scorporate dalle immagini, con montaggio successivo di parole e testo. Tale questione non è affatto marginale.

Morfologia dell'infamia

Il poeta fiorentino Mario Luzi, Presidento Onorario del P.E.N. Club, dice sconfortato di essere indignato per la condizione della libertà del giornalista e dello scrittore, allo stato attuale delle cose nel mondo. Parla del 900 e dell'età attuale come di tempo contradditorio con decorose dichiarazioni da un lato e indecorose ipocrisie dall'altro.C'è come una caduta dell'uomo, una morfologia dell'infamia, la libertà dell'intellettuale riguarda invece solo la sua coscienza e nient'altro: occorre escludere ogni forma di patteggiamento con il potere, altrimenti l'ipocrisia avrà il suo trionfo, dunque bisogna essere vigili e svegli. Il P.E.N., dice Luzi, ha sempre vigilato e a volte ha potuto far qualcosa, altre volte solo denunciare. Luzi ricorda poi che l'anno scorso, per iniziativa della regione Toscana, è stato redatto un Dizionario della Libertà. Solo essendo già liberi si può progredire nella libertà, afferma, liberandosi da passioni e pregiudizi, e la libertà non è disgiunta dalla giustizia, anche se si assiste purtroppo alla corruzione e mistificazione di ogni concetto umano. Ricorda Luzi che sotto il fascismo si diceva che si era liberi nel fascismo, o meglio che si sceglieva il fascismo per essere più liberi.

La libertà di stampa esiste ancora o è già all'asta?

E' stata la questione posta da Lucio Lami, scrittore e giornalista, attuale presidente del P.E.N. Club. Ricorda che Amnesty International è stata fondata da un socio del P.E.N. e che solo nell'arco di un anno, dal luglio 2001 al luglio 2002, 600 sono stati i giornalisti uccisi e 60 i presunti, e questo non solo nei paesi in guerra ma ovunque nel mondo. Nei paesi in pace, l'oppressione della libertà di stampa procede con lo sviluppo tecnologico dei media. C'è stato un debutto del giornalismo in tempo reale, ma i corrispondenti dalla prima linea sono sorvegliati, non possono dir nulla che non sia stato preventivamente approvato, dal momento che hanno dovuto firmare un decalogo.Questo è un tema da meditare. La libertà di espressione è un diritto cardine dove ci sono molti difensori ufficiali ma in pratica pochissimi praticanti reali. L'informazione, prosegue Lucio Lami, viene incanalata nei paesi in guerra ma anche in paesi come il nostro. Ci sono agenzie infatti dove si vendono le immagini e solo dopo vengono messe le parole, la notizia virtuale viene spacciata per vera, la notizia precotta viene poi malamente veicolata con la pubblica opinione non ha ancora capito la gravità della situazione.
Altro problema è la notizia macabra che diventa spettacolo, l'ipertecnologia usata in modo demenziale, un'informazione traviata perchè proviene da un incontro tra ipertecnologia e caduta di deontologia professionale, dal momento che oggi domina anche in questo campo la legge del mercato, un business di pochi produce l'informazione di tutti.
La soluzione sarebbe restaurare il rispetto per la pubblica opinione e di mettere davvero il cittadino in condizione di essere informato correttamente, ma nella realtà tutti collezionano bufale. Lami è stato netto: l'informazione non può essere fatta per produrre ricchezza ma per creare un'opinione pubblica sana e questo è un problema che riguarda le dittature di destra e di sinistra ma anche le democrazie, dove si tende a giustificare, con il patriottismo o ragioni mercantili, la manipolazione; il business richiede infatti che i giornalisti ci siano, siano presenti ma manipolati dal regime ospitante. Assistiamo ad un' attualità che viene presentata come fosse pubblicità, come spot, con il conseguente atteggiamento del chi se ne frega se sono frottole.

Il primo nemico della parola è il rumore

Lo scrittore non vive nelle nuvole, dice Giorgio Calcagno, ma nel fuoco della controversia. Alla radice della guerra c'è una realtà che ci riguarda tutti e che governa il mondo: è il rifiuto della parola. Nasce da qui l'intolleranza che diventa prepotenza.
Barnabos nel '38, in I grandi cimiteri sotto la luna, scriveva: quello che mi fa paura è l'ira degli imbecilli . Oggi assistiamo allo scatenarsi di questa ira che è ancora più pericolosa di prima perchè gli strumenti sono ancora più terribili di quelli di allora. Gli imbecilli nascono nelle dittature come nelle democrazie che non sono affatto esenti dal fenomeno.
Se si dovesse fare un confronto tra il '38 e il 2003, ha affermato Calcagno: "direi che oggi nessun Barnabos ha parlato, mi chiedo se non esiste nessun Barnabos al momento presente, ma se ci fosse sarebbe di certo ridotto al silenzio. Oggi da noi, in democrazia, basta togliere il microfono o non darlo affatto. La parola è poi soffocata con il carcere, la tortura, nelle dittature; ma anche con strumenti più subdoli, ma non meno prepotenti, nelle democrazie. Un business che alimenta se stesso."
L'800 era pieno di sopraffazione, ma questa non era nei confronti degli scrittori, afferma Calcagno. Oggi possediamo tanti strumenti utili, nati per favorire la comunicazione e che diventano strumenti o luoghi per negare la comunicazione. Qualche esempio: la televisione che spegne la conversazione in famiglia, o la discoteca, luogo che nasce per favorire gli incontri dove però il rumore è talmente forte che non si riesce a scambiare una parola, lo stesso computer o il cellulare pongono problemi di relazione. Se Bill Gates esulta per la morte del libro, io penso, dice Calcagno, che il nemico più subdolo è il rumore assordante della finta parola. L'industria culturale dell'usa e getta, trabocca di libri di parole che non resteranno nel tempo, mentre autori solidi come Berto o Piovene non sono più in libreria, scacciati dalle parole inutili, in televisione i maitres a penser non entrano, al massimo qualche brillante sociologo, il pensiero libero dà molto fastidio mentre l'unica ricchezza per noi resta quella della parola e non c'è libro, conclude Giorgio Calcagno, se non c'è scrittore libero.

Un senso di responsabilità che ci investe

dice Younis Tawfik. Sino ad una certa epoca, ho visto la dittatura, per 20 anni ho vissuto solo questo e dunque tutto sembrava nella norma, negli anni dal '68 al '73 l'Iraq cercava di barcamenarsi tra ignoranza, analfabetismo altissimo, e altri problemi; poi il potere si è impossessato di tutto il paese, anche delle anime delle persone. Per i contadini, operai, come nel campo della sanità, tutto sembrava andare bene grazie a lui, Saddam, che veniva osannato da molti poeti della mia generazione, che intanto diventavano ricchissimi lodando il presidente. Io volevo scrivere qualcosa che andasse al di là delle lodi al presidente o di un amore che esulasse da quello per la patria. Le regole che c'erano, erano di censura.
Ho vinto un premio una volta e sono andato a conoscere Saddam, che mi guardò sino alle ossa, provai terrore e chiesi di partire per l'Italia. Avevo avuto un professore italiano, cristiano, che conosceva inglese, francese, arabo, e italiano appunto. Tramite lui potevo comprare libri a mercato nero. Aveva una ossessione per la Divina Commedia. La passione per la letteratura la debbo a lui. Fu per questo che riuscii a convincere mio padre e venni in Italia nell'83 a imparare l'italiano e conoscere la Divina Commedia. Dopo 4 anni tornai in Iraq perchè mio padre morì. Scoprii una realtà tragica e capii fino in fondo la terribilità del regime. Solo chi ha vissuto sotto una dittatura può davvero sapere, forse.
Younis, esule iracheno continua a raccontare: "Restai un mese e tornai via. Certo ho nostalgia, quando penso agli occhi di mia madre vorrei tornare. Manco da 20 anni ormai. Mi sento responsabile delle ultime vicende, non volere stare né con Saddam, né con Bush, essere contro la guerra, ma mi rimprovero di non avere combattuto contro il regime, se in tanti avessimo voluto la libertà."
Due, tre cose, dice ancora Tawfik, sono compito dei giornalisti e scrittori: fare tutto il possibile per impedire la morte delle libertà e democrazia proprio in Occidente. Poi la situazione in Irak, dove per 30 anni Saddam ha avuto mano libera, ora se il popolo in questo primo momento non si è sollevato, questo nasce forse per l'abbandono di 13 anni fa. E poi non si può portare democrazia con metodi sbagliati. Ma io ringrazio di cuore l'Italia di poter vivere qui, ha concluso lo scrittore esule.

 

 


 

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