I CINQUE FINALISTI
DEL PREMIO P.E.N. CLUB ITALIANO 2008
Le biografie
(in ordine alfabetico)
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ALBERTO ARBASINO

L’Ingegnere in blu
(Adelphi Ed.)
Nato a Voghera nel
1930, Alberto Arbasino pubblica il suo primo racconto, Distesa estate,
nel 1955, e da allora collabora con importanti riviste, fra cui “Paragone”, “Il
Mondo”, “Tempo presente”, “Il Verri”.
Nel 1957 esce Le
piccole vacanze, cui seguiranno L’Anonimo lombardo (1959) e Parigi
o cara (1960). Nel ’63 appare Fratelli d’Italia, nel ’64 Certi
romanzi, e poi Grazie per le magnifiche rose (1965),
Super-Eliogabalo (1969), Sessanta posizioni (1971).
Del 1972 sono La
bella di Lodi e Il principe costante, mentre, parallelamente, si
intensificano gli interventi di carattere politico: In questo stato
(1978), Un paese senza (1980) e La caduta dei tiranni (1990).
Fra le opere
apparse presso Adelphi ricordiamo la nuova edizione di Fratelli d’Italia
(1993), Mekong (1994), Lettere da Londra (1997), Passeggiando
tra i draghi addormentati (1997), Paesaggi italiani con zombi (1998),
Le Muse a Los Angeles (2000), Marescialle e libertini (2004),
Dall’Ellade a Bisanzio (2006), Le piccole vacanze (2007) e
L’Ingegnere in blu (2008).
L’Ingegnere
in blu
Gadda, che com’è
noto era un “celibatario solo come uno stecco”, non ha mai proliferato né
intrattenuto progenie alcuna, neppure in senso lato. Chi, d’altra parte,
potrebbe immaginarlo organizzare un cenacolo in pizzeria o fondare una rivista
di tendenza o piazzare rampanti discepoli nella redazione di un giornale o alla
Rai? Eppure il destino letterario sembra averlo, per vie misteriose, risarcito.
Negli anni Cinquanta, quando ancora non aveva pubblicato il Pasticciaccio
e molti critici lo consideravano solo un “eccentrico” o un umorista
“cincischiato”, Gadda trova improvvisamente, in una piccola schiera di scrittori
‘irregolari’ e ‘sperimentali’ che hanno adorato L’Adalgisa, dei giovani
ammiratori disinteressati ed entusiasti. Fra quei ‘nipotini’ c’è soprattutto
Alberto Arbasino che, come provano L’Anonimo lombardo e poi Fratelli
d’Italia, dal grande macaronico sembra avere ereditato non solo la derisoria
violenza della scrittura, ma anche la cultura cosmopolita ed eclettica, lo
humour travolgente, l’insofferenza per il “tritume delle correnti obbligative”.
Finalmente,
all’Ingegnere di cui è stato amico e sodale, Arbasino ha dedicato un
irresistibile ritratto che forse è anche un autoritratto, dove ora gli lascia la
parola e si sottrae come uno scrupoloso scrivano, ora si concede appassionati
esercizi di lettura, ora mescola alla voce di Gadda la sua, regalando anche a
noi, come in un ‘private show’, briosi calembours, brandelli di conversazioni
che paiono dossiane ‘note azzurre’, pettegolezzi e reparties alla moda,
ricordi personali e amene celie, ironiche filologie e fonologie – l’‘aura del
tempo’ che i giovani fans di allora cercavano di trasmettere a quel signore in
blu ritroso ma pieno di curiosità ‘extravaganti’ e illuminata cortesia.
FERNANDO BANDINI

Dietro i cancelli e altrove
(Garzanti Ed.)
Fernando Bandini (Vicenza, 1931), già docente di
metrica e stilistica, è presidente dell’Accademia Olimpica di Vicenza.
Tra le sue raccolte più recenti Santi di Dicembre
(Garzanti, 1994) e Meridiano di Greenwich (Garzanti, 1998), dove
accanto a poesie in lingua figurano anche testi in dialetto e in latino (Bandini
è stato spesso premiato nel “Certamen Hoeufftianum” e nel “Certamen
Vaticanum”).
Dietro i cancelli e altrove segna il
culmine della carriera poetica di Fernando Bandini: riprende i temi di mezzo
secolo di attività poetica, e contemporaneamente li approfondisce per
portarli a un punto di non ritorno.
La poesia di Bandini orbita innanzitutto intorno a una città,
nominata con il palindromo Aznèciv: è il luogo della vita, ma anche
il suo doppio, il luogo cui lo sguardo ritorna dopo aver spaziato oltre le
mura, dopo aver esplorato un altrove che è insieme storia e sogno.
In queste liriche si intersecano e si frangono dunque piani
diversi dell’esperienza, per condensarsi in immagini e trovare forme
rigorose ma variegate e all’apparenza divergenti: perché ormai, attraverso
il Novecento, con la sua feroce distruzione e ricostruzione di mondi, è
sempre più difficile trovare le parole che possano rendere conto dei nodi
dell’esistenza con la giusta essenzialità e precisione. Ecco dunque
incrociarsi e rispondersi, tra battimenti e interferenze, insieme alla
lingua anche il dialetto e il latino e con loro le nostalgie di un’epoca in
cui la parola poetica ancora poteva avere la forza delle cose e della
verità.
Il confronto aperto con la realtà e le sue convulsioni, e
insieme il suo conflagrare con il dato autobiografico e quotidiano, trovano
un contrappunto nell’osservazione e nella puntigliosa nominazione della
natura: non tanto come pulsione regressiva verso un edenico stato naturale,
ma proprio nella loro capacità di diventare simboli a cospetto della
modernità che li assedia, in un accostamento che ne fa altrettanti emblemi
d’estraneità, quasi a indicare impossibili vie di fuga.
Modulato sul basso continuo d’una nota di struggente
malinconia, a far da contrappeso a una visione pragmatica e insieme
disperata dell’uomo, Dietro i cancelli e altrove traccia così una
sorta di bilancio di un uomo e di una generazione poetica, delle loro fedi e
delle loro speranze: un punto d’arrivo, certo, ma dal quale possiamo forse
provare a ripartire.
PAOLO GIORDANO

La solitudine dei numeri primi
(Mondadori Ed.)
Paolo Giordano è nato a Torino nel 1982. E’ laureato
in fisica teorica e lavora presso l’Università con una borsa di dottorato.
Questo è il suo primo romanzo.
La solitudine dei numeri primi
Alice ha sette anni e odia la scuola di sci, ma suo padre la
obbliga ad andarci. E’ una mattina di nebbia fitta, lei ha freddo e il latte
della colazione le pesa sullo stomaco. In cima alla seggiovia si separa dai
compagni e, nascosta nella nebbia, se la fa addosso. Per la vergogna decide
di scendere a valle da sola, ma finisce fuori pista, spezzandosi una gamba.
Resta sola, incapace di muoversi, al fondo di un canalone innevato, a
domandarsi se i lupi ci sono anche in inverno.
Mattia è un ragazzino intelligente con una gemella ritardata,
Michela. La presenza costante della sorella umilia Mattia di fronte ai suoi
coetanei. Per questo, la prima volta che un compagno di classe li invita
entrambi alla sua festa, Mattia decide di lasciare Michela nel parco, con la
promessa che tornerà presto da lei.
Questi due episodi iniziali, con le loro conseguenze
irreversibili, saranno il marchio impresso a fuoco nelle vite di Alice e di
Mattia, adolescenti, giovani e infine adulti. Le loro esistenze, così
profondamente segnate, si incroceranno e i due protagonisti si scopriranno
strettamente uniti eppure invincibilmente divisi. Come quei numeri speciali,
che i matematici chiamano primi gemelli: due numeri primi separati da
un solo numero pari, vicini ma mai abbastanza per toccarsi davvero.
Questo romanzo è la storia dolorosa e commovente di Alice e
di Mattia, e dei personaggi che li affiancano nel loro percorso.
Paolo Giordano tocca con sguardo lucido e profondo, con una
scrittura di sorprendente fermezza e maturità, una materia che brucia per le
sue implicazioni emotive. E regala ai lettori un romanzo capace di scuotere
per come alterna momenti di durezza e di spietata tensione a scene più
rarefatte e di trattenuta emozione, piene di sconsolata tenerezza e di
tenace speranza.
GIAMPAOLO PANSA

I Gendarmi della Memoria
(Sperling & Kupfer Ed.)
Giampaolo Pansa, nato a Casale Monferrato nel 1935,
scrive per L’espresso e la Repubblica. Con Sperling & Kupfer
ha pubblicato numerosi saggi e romanzi di grande successo. Tra questi
ricordiamo: Siamo stati così felici, I nostri giorni proibiti
(Premio Bancarella), Ti condurrò fuori dalla notte, I Figli
dell’Aquila, Il sangue dei vinti, Prigionieri del silenzio,
Sconosciuto 1945 e La Grande Bugia.
I Gendarmi della Memoria
Giampaolo Pansa li conosce bene i Gendarmi della Memoria. Li
ha visti in azione a Reggio Emilia il 16 ottobre 2006, per tentar di
impedire la prima presentazione di un suo libro sulla guerra civile. Quella
sera innalzavano un lenzuolo color sangue che urlava: “Triangolo rosso?
Nessun rimorso”. Pochi giorni dopo li ha rivisti all’opera a Bassano del
Grappa, con il sabotaggio degli ingressi a una grande libreria che lo
ospitava. Li ha poi avuti alle calcagna dovunque andasse, sempre pervasi
dall’intolleranza manesca o dal rifiuto rabbioso di rileggere con onestà la
storia della Resistenza italiana e, insieme, quella dei fascisti sconfitti.
Pansa non se le aspettava tante presenze moleste, ma in fondo
è stato fortunato. Anche questa esperienza gli ha permesso di verificare sul
campo gli effetti di una perversione politica: molte delle nostre dieci
sinistre rifiutano il principio liberale che vieta d’imporre con la
prepotenza il proprio punto di vista.
I Gendarmi della Memoria nasce dagli incontri pubblici
dell’autore che è stato necessario proteggere con la polizia e i
carabinieri. Ed è innanzitutto il racconto ironico della sconfitta subita
dai radicalismi post o neocomunisti, sempre autoritari e pronti a schiaffare
in guardina le verità che smentiscono le loro menzogne. Quella sconfitta è
stata doppia. Prima per il grande successo dei libri di Pansa. E poi perché
i bastonatori verbali hanno preso a randellarsi tra loro, come leggiamo di
continuo sui giornali. Ma I Gendarmi della Memoria non è soltanto la
descrizione del suicidio delle sinistre regressiste e di una parte di quelle
riformiste. E’ anche la testimonianza dell’ostinatezza civile di Pansa nel
portare alla luce le miserie nascoste della nostra guerra interna.
In queste pagine si affrontano molti dei tabù di una
storiografia che, con il pretesto di contrastare il revisionismo, è
diventata negazionista. Le esecuzioni dei partigiani che non volevano
sottostare alla supremazia del Pci. La strategia del delitto per preparare
l’insurrezione rossa. I sequestri dei possidenti restii a pagare le taglie
imposte dagli squadroni della morte. Gli omicidi spacciati per lotta di
classe. Le vendette senza motivo. L’accanimento barbaro contro le donne
accusate di stare con la Repubblica di Mussolini. Il silenzio forzato dei
vinti. Ecco dunque un nuovo libro di Pansa destinato a irritare chi crede
ancora alla favola manichea delle due Italie, una tutta buona e l’altra
tutta cattiva. In compenso, anche I Gendarmi della Memoria piacerà
molto ai lettori che vogliono conoscere sino in fondo l’alba insanguinata
della nostra democrazia. Senza la retorica, le bugie e le omissioni che sono
l’ultima trincea di una sinistra allo sbando.
NELO RISI

Né il giorno né l’ora
(Mondadori Ed.)
Nelo Risi, nato a Milano nel 1920, vive a Roma. Ha
soggiornato a lungo anche a Parigi. Poeta, traduttore di poesia, da Kavafis,
Jouve, Laforgue, Sofocle e altri, è inoltre regista cinematografico e
televisivo. Tra i suoi film più famosi possiamo ricordare: Il diario di
una schizofrenica, Una stagione all’inferno e La colonna
infame.
Vincitore del premio Viareggio e del premio Librex-Montale,
ha pubblicato vari libri di poesia, tra i quali: Polso teso (1956),
Di certe cose (1970), Amica mia nemica (1976), Le risonanze
(1987), Mutazioni (1991), Il mondo in una mano (1994),
Altro da dire (2000), Ruggine (2004) e la raccolta completa del
2006 Di certe cose (poesie 1953-2005).
Né il giorno né l’ora […]è una raccolta scritta
in tempi brevi, come se le poesie che la compongono fossero spinte da un
lampo, un chiarore, una “vertigine”, mettendo in campo altre prospettive
dettate da un unico tempo capace di riassumerli tutti nel punto dantesco “a
cui tutti li tempi son presenti”. […]
Nell’ultimo stadio della sua poetica […] si può osservare
come lo stilista dell’usuale lasci il posto allo stilista dell’universale.
La vita, la morte, il tempo, i rapporti con la scienza e i problemi
filosofici e letterari che a essi si legano sono un tema che scorre come un
fiume sorgivo, un lungo ragionamento che, come una goccia d’acqua nel fondo
di una grotta, si fa lago, fiume, stalattite. Tutto resta cristallizzato nel
vero di un pensiero che s’irradia sul presente, giorno dopo giorno, ora dopo
ora, fino al punto finale, oltre al quale esiste solo “la memoria del
futuro”. […]
In un mondo “abbrunato a mezz’asta”, Nelo Risi ci offre così
il suo silenzio ricco di sonorità, lasciando una traccia di un suo presente
aeternitatis, di un attimo fuggente che Orazio aveva celebrato come
un momento irripetibile, eterno, libero dalla prospettiva del futuro. Questa
visione laica dell’ineffabilità reca il marchio di una forma letteraria che
sprigiona un’energia radiante senza ricorrere a orpelli linguistici […].
Queste sono le note che Nelo Risi ha sentito vibrare, giorno dopo giorno,
nel comporre questa sua sonata, “per cogliere / l’istante di vero che
talvolta mi dà luce” e così continuare…
(Dal saggio introduttivo di Giovanna Ioli)
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